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141 M’Arcordo… quando il San Giuliano era ancora un angelo.

ottobre 23, 2015
San Giuliano di Piero della Francesca, riscoperto nel 1954

San Giuliano di Piero della Francesca, riscoperto nel 1954

Quando riscoprirono l’affresco perduto di Piero della Francesca io ero alle Medie. L’effetto della notizia portò un entusiasmo generale e sembrava che tutti a Sansepolcro se ne sentissero orgogliosi. Quell’angelo, come venne chiamato all’inizio, doveva essere solo una prima scoperta, sotto quegli intonaci ci doveva esser ben altro, ma purtroppo le aspettative furono deluse.

Accontentiamoci del San Giuliano e non è poco. Ma con tutta la miriadi di santi che ci sono come fecero a stabilire che questo fosse proprio San Giuliano? Ma che c’è scritto da qualche parte? Se qualcuno lo sa ce lo dica.

Questo è davvero un M’Arcordo… intercontinentale. Fra Marblehead e Singapore ci sono 12 ore di differenza. Io sono 6 ore più giovane e Francesco Pasquetti è 6 ore più vecchio di quelli con son rimasti a Sansepolcro, esattamente a mezzavia.

Io dopo cena bevo il mio whisky, me l’ha ordinato il dottore, mentre lui si fa il caffelatte mattutino. Le parti si invertono dopo 12 ore, solo che la sua collezione di whiskey è più ricca della mia. Devo andare a trovarlo.

Una mattina, ma forse era una sera, durante una delle nostre chiacchierate, me so’ arcordato d’un episodio lontano, un po’ confuso nella mia memoria, e gli ho chiesto:

“Francesco ma chi era quello che vide il San Giuliano di Piero alla Filarmonica? Era il tu’ babbo o il tu’ zio?”

“Era il mi’ zio Ivo.”

“Ma com’è la storia?”

“Anni fa lo zio la scrisse, la cerco e me la faccio mandare dal Borgo e te la passo. The Pasquetti Connection! Grazie anche al mi’ cugino Giulio.”

“Benissimo, la voglio pubblicare.”

E così dopo un paio di giorni questa testimonianza di Ivo Pasquetti, dall’inconfondibile profilo pierfrancescano, mi è arrivata, rimbalzando dall’Europa in America, via Asia.

Questa fu pubblicata in un libro: “Una Piazza, una Città, il Sentimento del Tempo” del 1988, una raccolta di memorie di gente che era cresciuta e vissuto attorno alla fontana di Piazza Santa Chiara.

Ivo Pasquetti 1949

Ivo Pasquetti 1949

UN AVVENIMENTO MEMORABILE

Una cosa così non capita spesso, anche se il nostro quartiere in quasi otto secoli, ne ha visti di fatti da tenersi a mente.

Verso le due del pomeriggio del 14 dicembre 1954, tornavo da scuola e, affamato, mi dirigevo a casa per mangiare. Abitavo nell’edificio posto al n. 10 di Via S. Croce, in uno degli appartamenti allora riservati ai custodi della scuola elementare. Mio padre, appunto, lo era da molti anni.

Salita la prima rampa di scale, vidi aperta la porta della Sala della Società Filarmonica. Da alcuni giorni mi capitava di vederci entrare un muratore, Lino Mercati, Seme di soprannome: il partigiano che erroneamente era stato dato per fucilato nel ’44 a Villa Santinelli. La sala, che in origine era l’abside della Chiesa degli Agostiniani, veniva adattata a locale da ballo per l’imminente Carnevale ed il muratore eseguiva lavori di risanamento.

Chi sa perché, proprio quel giorno, sentii il desiderio pungente di entrare per rivedere gli affreschi trecenteschi che, qualche anno prima, Beppe Nomi, con l’aiuto di suo fratello Piero, e Giovanni Cecconi avevano individuato sotto l’intonaco e parzialmente rimessi in luce con l’aiuto di rudimentali strumenti. Anch’io ero stato della partita, saltuariamente.

Mi prese voglia, come dicevo, di tornare a rivederli: certi volti di Madonna, certi sguardi … Erano di una dolcezza infinita! Entrai e mi misi in contemplazione. Seme, che non aveva ancora ripreso a lavorare per il turno pomeridiano, mi osservava e non capivo perché. Lo salutai e allora, come incoraggiato dal saluto amichevole, ruppe il ghiaccio.

– N’è venuto fuori un altro di questi dipinti. Stamattina. – mi disse un po’ reticente.

– Dov’è? – chiesi incuriosito.

– Di là, in quello sgabuzzino.

Mi portò in uno stanzino senza finestra che serviva da ripostiglio per i musicanti. Un’asse incalcinata su due caprette di ferro, una corta scala a pioli. L’oscurità non consentiva di scorgere altro. Accese una lampada volante, collegata ad un lungo filo elettrico, l’alzò sopra l’asse e illuminò il dipinto.

Era inconfondibile!

– Ma questo è di Piero della Francesca! – gridai.

Ad ogni secondo che passava mi rendevo conto sempre più della eccezionalità del fatto. Che emozione! Non c’era da sbagliarsi. Il volto, gli occhi, il portamento statuario della figura. I colori erano ancora più vividi di quelli che possiamo ammirare oggi, a causa dell’umidità del muro. Era splendido! Ero felice, eccitato, agitato. Lino Mercati se ne accorse e mi sembrò che si volesse quasi giustificare.

– lo non ho fatto niente, è venuto fuori da sé.

– Chi hai avvertito?

– Nessuno. Ma che ne so io …

Gli spiegai che aveva fatto un grosso ritrovamento. Allora si rassicurò e fu più ricco di particolari.

– L’umidità aveva gonfiato l’intonaco. Io dovevo rompere la gobba e rifarlo. Ho dato una martellata e ho visto comparire un occhio. Se qui c’è un occhio un altro deve essere qua. Un’altra martellata. Non c’era. Allora deve essere di là. Un colpo, è apparso il secondo occhio. Allora il naso è qui. To … è saltato fuori il naso e la bocca.

– Sciagurato, potevi rovinare tutto! Ora non toccare più nulla e avverti qualcuno.

– Ma io non ho fatto niente, è venuto fuori da sé.

Ero giovane e avevo fame. Andai a pranzo, ma dopo due cucchiate di minestra di fagioli smisi di mangiare, salutai in casa e scappai. Sempre più ero preso dalla smania di dirlo a qualcuno, oltre che ai miei.

Tornai alla Filarmonica. Lino Mercati aveva ripreso a lavorare più in là e gli chiesi:

– Sei stato ad avvertire?

– Ma chi? – brontolò.

Uscii per provvedere. Andai da Beppe Nomi, che era l’ispettore onorario ai monumenti. Non era in casa. Cominciai a cercarlo. Incontrai un gruppo di amici: Renato Pecorelli, Massimo Moriani, Valentino Valentini, Raffaele Rizzo. Forse qualche altro. Chiesi di Beppe. L’avevano intravisto e mi portarono da lui. In piazza lo incontrammo. Lo chiamai, ma non mi dette ascolto: era con il signor Adriano Canosci, corrispondente de “LA NAZIONE” e con un ispettore del giornale fiorentino.

Ero cosciente di non avere nessun merito per la scoperta, ma provavo una comprensibile gioia a pensare che ero io il secondo uomo del XX secolo, dopo Seme, ad aver visto quello che sarebbe stato poi identificato per il S. Giuliano, e di essere stato il primo a rendersi conto che si trattava di un Piero della Francesca. Mi urgeva dentro il bisogno di raccontarlo a Beppe. Perciò mi ribellavo al fatto che ci snobbasse.

Lo richiamai, e senza complimenti, gli dissi:

– Dammi udienza, ti conviene. Ho scoperto un Pier della Francesca.

Tempo prima lui aveva fatto ricerche mirate e saggi in varie chiese. Inutilmente.

La nostra comitiva era di burloni, c’era da darci poco credito. Ma di me aveva un po’ di fiducia, perché avevamo lavorato insieme a queste cose. E poi la curiosità era tanta, che valeva la pena di rischiare la beffa.

– Dove? – azzardò.

– Non te lo dico. Abbi fede, vien dietro a me e vedrai. –

Anche gli amici erano increduli. Non erano al corrente di nulla. Ci avviamo in corteo. Beppe era scettico, ma tentato. Alla Filarmonica l’introdussi nel ripostiglio. L’asse e la capretta non c’erano più. Montò sulla corta scala, fino al penultimo piolo e appoggiò il ventre al muro, per stare in equilibrio. Tremava.

– È lui, è lui; e poi di quelli belli! ;

– Pare incazzato, ‘sto santo, d’essere stato scoperto – commentò uno degli amici, notando lo sguardo fiero della figura.

A quel punto nasceva il problema di avvertire le così dette autorità competenti. Ma l’ispettore de “LA NAZIONE”, che ritrovammo in piazza, voleva dare la clamorosa notizia al suo giornale e non sentiva ragioni; Beppe, da persona corretta, non poteva consentirlo per i rapporti che aveva con la Soprintendenza.

I miei amici, scanzonati goliardi, cominciavano a divertirsi, e sghignazzando, minacciavano:

– Beppino, o ci paghi da bere, o si dice a Felix – che era il corrispondente de “IL MATTINO DELL’ITALIA CENTRALE”, il quotidiano toscano concorrente.

– Questo no! – intervenne l’ispettore, che non aveva capito che non si trattava di un ricattuccio, ma che gli amici la buttavano in goliardia – A questi bravi giovinotti la bevuta gliela pago io.

E brindammo alla salute de “LA NAZIONE”, di Beppe Nomi, mia, e, perché no, di Piero della Francesca.

Andò a finire che la notizia fu pubblicata dal giornale, ma con poco rilievo. E le autorità competenti si presero un po’ di tempo prima di sentenziare che si trattava di un affresco pierfrancescano. Prima di fare la cosiddetta attribuzione.

 IVO PASQUETTI  (1988)

Non m’arcordo quando lo vidi per la prima volta, o quando fu portato al Museo, ma m’arcordo quando venne a trovarmi a Londra.

Nella primavera del 1969, allora lavoravo a Londra, fu allestita una mostra, “Frescoes from Florence”, di opere salvate e restaurate dopo l’alluvione di Firenze. La Hayward Gallery era stata inaugurata da poco lungo la riva sud del Tamigi. Quando appresi che c’era anche il San Giuliano di Piero fui sorpreso, ma cosa centra lui? Non era stato alluvionato, ma certo gli organizzatori che l’avevano ottenuto in prestito erano soddisfatti: avere un Piero della Francesca dava lustro alla mostra ed avrebbe attratto gran pubblico.

E così fu. Ci andai diverse volte e mi sentivo particolarmente orgoglioso, quella era roba mia! Volevo che tutto il mondo l’ammirasse.

Il San Giuliano era girellone ed arrivò a New Orleans per la 1984 Louisiana World Exposition, ma questa volta non andai a trovarlo. Da qualche parte ho il manifesto.

Non so se sia andato da qualche altra parte.

 

Da tutto questo si apprende che il 14 dicembre 1954 fu un giorno memorabile, Seme riscoprì un santo nascosto per secoli ed Ivo Pasquetti mangiò una minestra di fagioli. E non dimentichiamolo.

Cerco una foto di Seme, Lino Mercati the unsung hero, da inserire in questa storia. Mi pare che si dia poco credito al suo contributo, magari un altro avrebbe martellato il tutto.

E diamo anche credito a questo soffitto che ha protetto l’affresco per secoli.

soffitto dell'abside della Chiesa degli Agostiniani a Sansepolcro

soffitto dell’abside della Chiesa degli Agostiniani a Sansepolcro

La profilo ducale (pierfrascano) del giovane Ivo Pasquetti viene dal giornalino goliardico “Per chi Suona il Campanone” del Natale 1949.

 

 

Marblehead 23 ottobre 2015

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. copertinaQuesto è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

filmato della presentazione del libro M’Arcordo… 25 aprile 2015

Il mio blog fotografico https://1dailyphoto.wordpress.com/

E questo è il sito dedicato al http://il-dottore-fotografo-alla-grande-guerra.com/

140 Io non M’Arcordo… de la Mela Club

ottobre 22, 2015
La Mela Club Sansepolcro

La Mela Club
Sansepolcro

Io de la Mela Club ‘n me n’arcordo, ero già andato via dal Borgo. Non so neanche dove fosse o quanto tempo rimase aperta. Quando alcune settimane fa pubblicai una pubblicità dello Scorpione ci fu una valanga di commenti e fra questi notai dei riferimenti alla Mela.

Eccola.

Senza voler far troppo Umberto Uco e sperdermi in disquisizioni di semiotica, semantica e roba del genere, son tentato a fare dei commenti.

Per cominciare questa pubblicità è del 1970 (+o-). I caratteri tipografici della Mela Club son tipici del periodo psichedelico, ricordano quei manifesti di Carnaby Street tanto apprezzati da tutta una generazione che amava i Beatles e stava scoprendo i Rolling Stones.

La mano femminile dalle dita affusolate e le unghie perfette è elegante e piena di promesse. È proprio lei, l’Eva tentatrice che si offre direttamente a tutto un pubblico maschile (testosteronico) impaziente d’accaparrarsi quel dono.

Infine viene la sorpresa, inaspettata, direi contradittoria e son confuso.

Ma chi era diretto questo messaggio pubblicitario?

Alle mamme! Che i babbi non contano in questo tipo di decisioni? Diciamo che loro si perdono nel vago della categoria genitori.

Penso che quello che veramente volevano scrivere era “le vostre figlie saranno al sicuro”. Ecco di cosa erano preoccupate le mamme, che le loro bambine non cadono nelle mani di quei ragazzacci marpioni. Ma che alla Mela c’erano delle guardie anti pomicio?

Per finire: usare una ragazza nuda sulla mela tentatrice non credo potesse raggiungere questo obbiettivo.

Aspetto i vostri commenti ed informazioni. Magari si scopre anche chi fu l’artista.

 

Marblehead 22 ottobre 2015

copertina

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro, eccetto una. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

 Presentazione del libro M’Arcordo… 25 aprile 2015

Il mio blog fotografico https://1dailyphoto.wordpress.com/

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109e Non M’Arcordo… quando il mi’ babbo incontrò la mi’ mamma, anche lei lavorava alla Buitoni.

settembre 25, 2012

Il 25 ottobre 1937 era un lunedi ed alle sei di mattina, quando era

San Francesco visto dalla Madonna delle Grazie, foto di Ademo Pasquetti

San Francesco visto dalla Madonna delle Grazie, foto di Ademo Pasquetti

ancora buio, il mi’ babbo e la mi’ mamma si sposarono nella chiesa della Madonna delle Grazie a Sansepolcro, quella chiesa che non m’é mai piaciuta con quegli scheletri sulla porta e le teste di morto nel soffitto. Arnaldo Buitoni, che sarebbe dovuto essere il testimone del babbo non si presentò, non s’era svegliato in tempo dopo aver gozzovigliato troppo la sera prima. Il babbo dovette sortire dalla chiesa e chiedere ad un operaio che andava a lavorare di venire a sostituirlo. Anche se quello non fu un evento di portata storica fu importantissimo, almeno per me. C’era voluto un bel po’ per convincere l’arciprete del domo Don Bista Ravanelli ad officiare un matrimonio a quell’ora, non era mai successo prima. La mi’ mamma Luisa Taba aveva ventidue anni, undici in meno del mi’ babbo, Renato Braganti.

Ma come era successo che i sentieri di questi due erano arrivati ad incontrarsi in quella fatidica mattina per dire “si”? Temo che dovrò procedere a tentoni, supponendo. Comincerò con quello che so ed é poco.

1915 Santina Giunti Taba con Maddalena, Luisa in grembo e Maria, foto da mandare al marito in trincea.

Lei veniva da una famiglia modesta di Via San Puccio ed anche lui da un’altra famiglia modesta, ma i suoi a forza di stare vicini ai signori alla fine credevano d’esserlo anche loro; la nonna si metteva il cappello ed il nonno qualche volta portava la camicia col solino a becchi inamidato.

Ma facciamo un passo indietro: ma chi erano i genitori de la mi mamma? Anche di questi ne so ben poco. La nonna Santina Giunti (1879-1956) era nata a Baldignano (Pieve Santo Stefano) ed era rimasta orfana di mamma a solo due anni e come Cenerentola si ritrovò in una casa con una matrigna cattiva ed un babbo inesistente, che non la proteggeva. Giovanissima e semianalfabeta fu poi mandata a servizio prima a Firenze e poi andò a Roma. Bella, alta e fiera, con i capelli rosso fuoco e seno prosperoso di certo faceva la sua figura. Lavorò in grandi case patrizie, inclusa quella d’un principe russo, giovane,  bello e tanto gentile come diceve lei, che veniva con la famiglia a svernare a Roma. Le storie del principino che mi raccontava mi facevano ridere, come quella che un giorno lei scopri nelle sue tasche tante palline nere, cacche di capra, che lui mangiava credendo che fossero liquerizie. Un principino che mangiava le cacche di capra! Ma questa era la storia piú buffa del mondo.

E fu a Roma che incontrò Giuseppe Taba (1878-1945) perugino, che lavorava come maggiordomo in un altra casa di signori. I due si sposarono (1910) e si trasferirono a Sansepolcro, dove non avevano mai vissuto e dove non conoscevano nessuno. Controllando certi documenti mia madre poi scoprì che la zia Maddalena, la sorella piú grande, era nata a Sansepolcro solo un mese dopo il matrimonio avvenuto a Roma. Ma era la figlia di Giuseppe? Fu proprio mia madre ad avere i primi dubbi, delle teorie, specialmente dopo la storia che la Bianca Fiordelli le raccontò. Questa era la sorella di Bruno pasticciere che assieme al marito, il Faffini, aveva un negozio di nastri, fili e chincaglieria varia all’angolo di Via Gherardi con la Via Maestra. Una sera a veglia la Bianca fece una battuta rivolgendosi a la mi’ mamma dicendole che se le cose fossero andate diversamente saremmo stati parenti.

“Ma come parenti?” chiese mia madre.

“Ma come, non sai la storia di mio zio … (non ne ricordo il nome), quello che fu ammazzato dall’amante gelosa la mattina che doveva sposare la Santina, la tu’ mamma?”

Mia madre rimase sbigottita, a bocca aperta:

“Cosa?”

Bianca sorpresa di quell’ignoranza, continò:

“Io so solo che la tu’mamma ed il mi’ zio erano fidanzati, stavano a Roma, e la mattina quando sortirono di casa per andare in comune[i], un’amate gelosa li aspettava e lo uccise sparandogli un colpo di pistola. Poi non so altro.” E a questo punto sembrava pentita d’aver aperto bocca. Roba da romanzo d’appendice.

Il giorno dopo la mi’ mamma corse da sua madre per saperne di piú. La nonna non solo fu sorpresa della domanda ma lei ch’era sempre calma, si arrabbiò e la scacciò dicendole che non aveva altro da dire e che certe storie vanno dimenticate, e non serve a niente ricordarle e così chiuse l’argomento, ma non lo negò: era la conferma che la storia era vera.

E che la nonna fosse incinta del Fiordelli? E che il nonno Giuseppe, amico dell’ucciso la sposò per salvaguardarne l’onore? Poi lasciarono Roma ed andar lontano a farsi una nuova vita. E loro abitarono sempre in Via San Puccio. Lei aveva solo dei lontani cugini contadini dalle parti della Madonnuccia.

E se invece il babbo fosse stato il principe russo di cui lei parlava sempre con tanto affetto? Questi poteva aver convinto il nonno Taba, magari dopo una generosa buonuscita, ad un matrimonio di comodo ed andarsene lontano per evitare lo scandalo. Cose che succedevono a quei tempi.

 La prima fu la zia Maddalena (1910-1960), poi venne un altra bambina, la zia Maria (1912-1932) che morì di tifo a vent’anni ed infine Luisa, mia madre (1915-1987). E dopo pochi mesi dalla sua nascita il nonno, come tanti altri, fu richiamato e partì fantaccino per la Grande Guerra. Ritornò dopo dieci mesi di trincea, non aveva ancora quaranta anni ed era diventato vecchio. Non era stato colpito da nessuna pallotola, ma aveva perduto tutti i denti e con una pleorite che non voleva andar via. Come si diceva allora: era debole di polmoni, e passò il resto della sua vita malaticcio e spesso con bronchiti e tanta paura che potesse venire la tubercolosi. Non gli riconobbero nessuna invalidità o pensione. Da maggiordomo, quando si vestiva come il signore della casa con impeccabili colletti inamidati e l’immacabile tubino duro, era diventato un barrocciaio silenzioso che fumava con le pipe di coccio. La mamma diceva che lo vide arrabbiato solo una volta, la sera che ritornò a casa bionda, con in capelli ossigenati. Non andava alla messa ed molti dei suoi amici erano socialisti e massoni, so solo che era inscritto alla Società di Mutuo Soccorso. Con l’avvento del Fascimo divenne ancora piú silenzioso, e non si inscrisse mai al partito. Rimase un semplice barrocciao che segretamente amava cucinare pasti elaborati seguendo attentamente le ricette dell’Artusi, quella era la sua bibbia.

1925, quinta elementare della maestra Emmina Carloni, Luisa Taba la seconda da sinistra nella fila in alto.

La mamma era bellina e quando nel 1925 ci fu lo scoprimento del monumento ai caduti al Parco delle Rimembranze, fuori Porta del Castello, fu scelta come una delle guardie d’onore assieme un altro bel bambino Luigi Giovagnoli (il futuro Sor Gigino). Lei ci teneva molto a raccontare questa storia e non l’era facile nascondere d’esser vanitosa.

1935 circa, Luisa Taba sotto il gagliardetto

  

Fatta la quinta elementare andò come apprendista dalla signora Ginna Marcelli, la rinomata e premiata maestra del merletto, ad imparare a far la trina a spilli come la chiamavano allora. Ancora in cantina c’é un tombolo. A sedici anni entrò alla Buitoni come operaia alle confezioni, ma non per molto, infatti passò a fare l’infermiera nella piccola infermieria che allora era vicino all’ingresso dello stablimento ed al centralino telefonico.  Non credo che facesse gran cose a parte qualche inizione, mettere un ceretto o fasciare una ferita leggera. Per gli incindenti piú gravi si portava il ferito all’ospedale, che non era lontano. In compenso era in una posizione privilegiata, vedeva tutti quelli che entavano e tutti quelli che uscivano e di certo pettegolava con la Silvia, la telefonista, che divenne una delle sue migliore amiche.

Assieme alle sue amiche divenne attiva nell’organizazioni delle Gioveni Italiane, ed era sempre presente alla varie manifestazioni del PNF, come in questa foto, sotto il gagliardetto.

1937, 22 febbraio, Luisa Taba impara ad andare in motocicletta.

E quando aveva quindici anni incontrò Beppe P. l’amore della sua vita (?). Lui era un po’ piú grande di lei ed un apprendista meccanico che faceva anche l’autista di camion. E penso che fu proprio che per colpire Beppe che la mamma convinse il cognato, lo zio Nello Ciuchi, ad insegnarle ad andare in motocicletta. Quando anni fa mia figlia Tanya comprò una motocicletta pensai che forse aveva ereditato qualcosa dalla nonna.

Naturalmente io non sapevo nulla della storia di Beppe. Per una tradizione molto antica i figli sono sempre gli ultimi a sapere le altre storie sentimentali e segrete dei genitori. Mia madre, molti anni dopo la morte del mi babbo, divenne molto aperta con me. E se intorno al collo portava un medaglione d’oro con l’immagine di mio padre, nella borsa aveva una foto del famoso Beppe, ed un giorno me la mostrò, era giovane e certo molto bello e aggiunse:

“Guarda come assomiglia a Clark Cable?”  Ed anche lui era morto, lontano a Joannesburg in Sud Africa.

Una sera nella primavera del 1937 come al solito i due fidanzati si incontrarono e Beppe le disse che il giorno dopo non si serebbero visti e solo dopo l’insistere di mia madre le confessò che l’indomani sarebbe partito per l’Africa Orientale. Si era arrulato come camionista per andare in Abissinia, e non le aveva mai detto nulla. Per lei fu un colpo terribile, da sedotta e abbandonata. Ecco dove si trovava la mamma all’inizio del 1937, lungo  quel sentiero dei destini incrociati che l’avrebbe portata alla Modonna delle Grazie alle sei di mattina d’un buio lunedì di fine ottobre.

E il babbo? A proposito di lui ne so anche di meno, forse morì troppo presto e non ebbi mai modo d’avere le sue confessioni. Qualche cosa di grave doveva esser successo anche a lui in quello stesso periodo. So d’una fidanzata, di certo innocente ma travolta in una situazione familiare difficile che fece gran scalpore e forse ci furono altri eventi a me sconosciuti. Si allontanò dai suoi vecchi amici anche se i rapporti rimasero cordiali. Si distanziò anche per quanto fosse possibile dal Partito Fascista. Mi é sempre sembrato di capire che non ci fu mai una vera ragione politica, diciamo ideologica, ma piuttosto una di carettere personale con alcuni mebri del partito. Ma anche di questo non ne parlava.

E ci fu anche un cambiamento fisico: il babbo sempre magro ed elegante, si mise a mangiare e si ingrassò rapidamente e si lasciò andare. L’unica testimone di quei giorni che m’é rimasta sono le parole della cugina Silvana infatti fu lei stessa che una volta mi disse che non capiva come il mio babbo avesse potuto cambiare così rapidamente e ridursi così grasso.

Luisa e Renato di certo di vista si conoscevano e a Sansepolcro, e specialmente quelli che lavoravano alla Buitoni, si conoscevano tutti. Il babbo di certo aveva notato questa bella ragazza in infiermaria ed un giorno l’invitò ad andare al cinema e lei disse di si. Le strinse la mano nel buio della sale e lei rispose alla stretta? Forse lui sapeva la storia del fidanzato che l’aveva lasciata? In una piccola cittadina come la nostra andare al cinema assieme era un evento che non passava inosservato.

Gli eventi si sussegurono rapidamente ed il babbo le regalò un braccialetto d’oro e non un anello e lei un paio di gemelli per camicia. E decisero di sposarsi, subito. Forse a questo punto la nonna Vittoria che cominciava a temere che il babbo non si sarebbe mai sposato decise ch’era meglio star zitta, anche se la future sposa non era una maestrina.

Il babbo che non andava in chiesa si impuntò e che l’avrebbe fatto solo ad un ora dove non ci sarebbero stati curiosi. Non solo non vennero i curiosi ma come ho detto prima non venne neanche un testimone. 

Si, per tutto Sansepolcro c’erano le chiacchiere che questo era un matrimonio riparatorio perché la mamma era incinta. I pettegoli furono delusi, io nacqui dopo quattro anni.

La cerimonia fu breve e le due famiglie si ritrovarono poi riunite per un rinfresco, ma senza i novelli sposi. Fuori della chiesa c’era una vettura (forse la Lancia Artena del Sor Marco Buitoni) con autista (il Giommoni probabilmente) che li attendeva per accompagnarli ad Arezzo a prendere un treno per Roma, era l’inizio del viaggio di nozze, evento abbastanza raro per quei tempi, roba da signori. La mamma, che non era mai andata da nessuna parte, per la prima volta s’era messa un cappello con la veletta che le faceva il solletico al naso e non solo: le scarpe nuove erano strette e le facevano male ai piedi.

Non esistono o almeno non lo ho mai viste, foto del matrimonio e del viaggio di nozze.

Molt’anni dopo un giorno a Roma il babbo mi indicò l’albergo all’inizio di via Nazionale, dalla parte di Piazza Venezia, della loro prima notte di nozze, ma era davvero la loro prima?

 

25 settembre 2012, Marblehead, MA USA

                                                                          

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[i]  Al tempo di questa storia 1909-10 circa, prima del Concordato del 1929, l’unico matrimonio riconosciuto ufficialmente era quello contratto in comune.