113c M’Arcordo… dopo il lume a carburo artorna la corrente e trovo un agnello in cucina.

001 la bugia

la bugia toscana

Io non m’arcordo quando artornò la luce, ma di certo fu un grande evento. Eravamo stati al buio per un bel po’, ma anche ‘sta volta le giornate lunge dell’estate del ’44 avevano alleviato il problema della mancanza della corrente elettrica.

“La guerra è ’na cosa brutta, ma se proprio deve venire e meglio che almeno venga d’estate.” Borbottava la mi’ mamma con rassegnazione.

Ma poi, a parte a far luce ed ascoltare la radio, l’uso familiare dell’elettricità era limitato. Si cucinava con la stufa a legna o con la carbonella nel fornello che era da un lato del gran camino ch’era in cucina. Allora non c’erano lavastoviglie, televisori, lavapanni, computer, telefonini da ricaricare od altri aggeggi elettrici ed elettronici.

Non eran passati poi tant’anni da quando le prime lampadine eran comparse nelle case di Sansepolcro, ed era stata proprio la Buitoni che aveva costruito una centrale elettrica sul Tevere sotto Montedoglio, ancora una volta avevan dimostrato d’essere all’avanguardia. L’avevano costruita perchè ne avevano avuto bisogno per ammodernizzare lo stablimento, ma si trovarono con un surplus di energia elettrica e pensarono bene di venderla. E fu così che Sansepolcro fu una delle prime città ad esser illuminata.

Penso che quasi tutti avevan coservato, a parte le candele che credo fossero scarse, lumi ad olio di tutti i tipi ed eran risaltate fuori anche le bugie, quelle d’ottone a tre beccucci con la forbice per tagliare il lucignolo, ma questa era roba un po’ da signori, e se il manico era una serpolina che si mangiava la coda dicevano ch’eran toscane, ma è vero? Non so che tipo d’olio bruciassero, forse era morchia, ma di certo faceva un gran fumo e puzzava. In certe case di campagna, in colline ed in montagna la mancanza d’elettricità non fu sentita proprio per niente, loro non ce l’avevano mai avuta.

A me era proibito l’uso dei fiammiferi, o meglio dei fulminanti come li chiamavano il mi’ nonno, non li potevo neanche toccare. Si accendavano strofinandoli forte sul lato della scatoletta che era come la cartavetra, prendevan foco con un sibilo e facevano un gran puzzo, bisognava allontanarli perchè li fumi dello zolfo incendiandosi ti mozzava il fiato.

Fra tanti metodi d’illuminare la casa quello che mi piaceva di piú era il lume a

il lume a carburo

il lume a carburo

carburo. Ma poi cos’era ‘sto carburo? Era una specie di brecciolino polveroso che il babbo teneva dentro un barattolone di latta. Lo andava a comprare dal suo amico Corradino De Rosi che vendeva le ferramenta in un bottegone scuro per la Via Maestra, all’angolo di Via Gherardi. Io ero sempre attentissimo quando il babbo iniziava la cerimonia di caricamento della lampada d’ottone che si svitava a metà, un po’ come una caffettiera. Il tutto aveva qualche cosa di magico. Il babbo m’aveva fatto vedere un piccolo esperimento, aveva messo uno di quei sassolini in un barattolo e poi aveva aggiunto un po’ d’acqua e questo aveva cominciato a fare delle bollicine e poi una specie di fumo, mi pare. E mi diceva che quello era un gas pericoloso, che si incendiava, che poteva esplodere. Il babbo dopo aver aperto la lampada svitandola a metà, metteva quei sassolini nella parte inferiore per poi riavvitarla stretta stretta. Svitava poi un tappo che era nella parte superiore, aggiungeva l’acqua e richiudeva, ed io sapevo che allora cominciava una specie di miracolo, si formava quel fumo che mi aveva fatto vedere. Dopo poco apriva l’ugello, anche questo nella parte superiore, e pronto con un fiammifero acceso dava fuoco a quel gas che sortiva con un leggero sibilo. Poi attaccava la lampada ad una catenella che pendeva da una trave del soffitto e così si aveva una luce azzurrina in cucina. Mi dissero che quello era un gas, ma forse si chiamava acetilene? Quello si ch’era un bel mistero! Si facevo il fuoco con l’acqua.

i Minerva

i Minerva

A proposito dei fiammiferi me n’arcordo di alcuni tipi, ma forse me ne son dimenticato d’altri. Si poteva fare una distinzione sociale a seconda quelli che uno usava. Una signora bene che andava a giocare a canasta o a prendere il tè dalle amiche probabilmente avrebbe usato dei fiammiveri di legno Minerva, nella loro classica confezione sottile che si apriva come un libretto. Si diceva forse “una bustina di Minerva?” Li usava la mamma, lei fumava le Macedonia Oro ovali e poi quando queste sparirono passò alle Giubac, quelle col cammello, anzi col dromedario. Non credo che ci fossero molti accendini in giro in quei tempi. Sarebbe stato impensabile per loro avere usato uno di quei fulminante da cucina, quelli erano per chi fumava la pipa od il Toscano. C’erano i classici “svedesi” che assomigliavano ai fulminanti, ma non puzzavano e venivano in scatolette eleganti. Ma poi c’erano anche in “cerini”, questi erano sottili sottili con una bella capocchia rossa attaccata a quello che sembrava un rullino di carta incerata. I “cerini” venivano nella classica scatoletta con la parte interna che si sfila e sui due lati esterni la striscia dove si strofinavano per accenderli. Questi erano da uomo, uomo che fumava le sigarette. Mia moglie Pascale ancora si ricorda di averli visti quando andò in Italia per la prima volta da bambina nel 1964.

Ma ritorniamo alla Buitoni, il filo conduttore di questa storia.

Non so a chi venne l’idea, ma di certo a lungo termine la ditta risparmiò una montagna di soldi. Nell’estate del ’44, dopo la distruzione dello stablimento, liquidarono tutte le maestranze. Il babbo, con piú di ventanni di lavoro, si ritrovò in tasca poche migliaia di lire che si svalutarono a vista d’occhio. E questa porcheria, come la chiamava lui, il babbo non gliela perdonò mai: quando nel 1964 andò in pensione si ritrovò con una liquidazione basata su vent’anni di anzianità, invece di  quarantaquattro. Potete fare facilmente i calcoli di quanto lui ci perse e quanto loro si tennero in tasca, e magari la nuova generazione al comando non se accorse.

Non so, o meglio non m’arcordo di quando ricominciarono i lavori per la ricostruzione della Buitoni. D’apprima ci fu il gran lavoro di smaltimenro delle macerie.

Intanto il babbo rimasto senza lavoro si diede da fare per far qualcosa ed a Sansepolcro in quei giorni di lavoro non ce n’era tanto, a meno che uno non fosse un muratore o un barocciao. Come poi mi raccontavano si campava alla giornata e tante volte ho sentito ripetere:

“In pochi mesi ci siamo mangiati la liquidazione e i risparmi d’una vita.”

 Il babbo un lavoro lo trovò anche se per un breve periodo, infatti qualcuno dell’amministrazione dei Collacchioni Cavazza gli chiese di venire ad aiutarli nel preparare la documentazione per i danni di guerra subiti. Scrivo quello che ricordo delle storie che poi il babbo m’ha arcontato.

L’ufficio era una piccola stanza nel palazzo un po’ tetro in via degli Aggiunti, dove gli stessi Collacchioni non stavano molto, penso che preferivano l’appartamento in via Capponi  a Firenze, nell’omonimo palazzo. La scrivania era circondata da scaffali pieni di libri mastri, da filze piene di documenti, ricevite che andavano indietro fino all’inizio dell’ottocento. Quei vecchi documenti lo incuriosivano e proprio sfogliando un vecchio libro mastro scoprì quanto era costato il coiffeur pour dames fatto venire apposta da Parigi a Roma per preparare l’acconciontura di Bianca Collacchioni prima d’esser presentata a corte all’inizio del secolo (quell’altro): ben 1.200 Lire (240 scudi d’argento avrebbe borbottato il nonno, lui doveva sempre convertire). Una cifra enorme, immensa. Non so quando fu questo gran ballo (1910?), ma di certo il vestito, i gioielli non dovevano esser stati da meno. Fu forse allora che vendettero l’Ercole? Ma forse l’avevan già venduto! Ecco come finirono le fave ai locchi.

Proprio di quei tempi un giorno ritornai a casa, forse ero uscito con la nonna, e la mamma mi fermò sulla porta,

“Attento, aspetta. C’è una sorpresa.” Mi prese per mano e piano piano aprì la porta della cucina.

l'agnello in cucina, questo non e' quello che ci trovai io, solo per darne un'idea.

l’agnello in cucina, questo non e’ quello che ci trovai io, solo per darne un’idea.

Sentii dapprima un belato, sotto la tavola c’era un agnellino bianco che mi guardava impaurito. Natai subito le palline nere per tutto il pavimento.

“Attento, non pestare sopra le cacchine” sembravano proprio delle pastiglie di liquerizia.

Il babbo non sapeva niente, ed anche lui fu sorpreso quando ritornò a casa. La mamma raccontò che nel poeriggio era venuto un pastore con un sacco, disse che il fattore dei Collacchioni-Cavazza gli aveva detto di portare un regalo al Sor Braganti, ed lui l’aveva fatto. Aveva aperto il sacco in cucina ed un agnello era saltato fuori felice della ritrovata libertà, ma per breve tempo. Non m’arcordo di quello che successe dopo ma non ho dubbi sul destino del povero agnello. Fu quella la paga, la ricompensa del lavoro? Non lo so.

In quel gran palazzo quasi deserto il babbo forse incontrava per le scale  Miss Clay, l’anziana governate inglese ormai rimasta sola con alcuni della servitú; i ragazzi di cui aveva preso cura erano ormai cresciuti e se n’erano andati. Lei era rimasta lì forse come un vecchio mobile. Con lo scoppio della guerra, lei cittadina britannica, figlia del perfido Albione, era diventata una terribile minaccia per la patria, ma i Collacchioni avevano amicizie potenti e la protessero e non fu internata come tanti altri. Una volta alla settimana si doveva presentare alla caserma dei carabienieri e presumo che questi facevano un qualche rapporto, che poi nessuno avrebbe letto, dichiarando che Miss Clay non aveva svolto nessuna attività sovversiva.

E fu così che Miss Clay, sempre con il suo cappellino alla Mary Popping, sopravvisse a Sansepolcro, credo che non ritornò mai piú in Inghilterra. Mi domando dove è sepolta.

Me n’arcardo benissimo, era inconfondibile, differente. Se l’incontravo ed ero col babbo questi si fermava sempre per salutarla, lei sorrideva e m’arcordo che lei parlava in una maniera strana, differente che spesso non capivo.

Poi arrivò il giorno che in tanti aspettavano da tempo. Tutti furon felici quando si potè girare l’interruttore, si allora si girava, e la lampadina s’accese. All’inizio lumi e candele rimasero pronti per l’uso, l’elettricità andava e veniva. Ma ci furono anche quelli come Dedalo ed Icaro Boninsegni, come ci ha scritto Marco, che rimasero incastrati con una grossa partita di carburo invenduta. La luce era artornata troppo presto. Si diedero da fare e riuscirono a piazzarla nelle campagne limitrofe.

Poi arrivò il giorno che in tanti aspettavano da tempo, il babbo fu richiamato e ritornò a lavorare alla Buitoni.

 

 5 marzo 2013, Marblehead, MA USA

                                                                          

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5 Risposte to “113c M’Arcordo… dopo il lume a carburo artorna la corrente e trovo un agnello in cucina.”

  1. Giovanni Dionisi Says:

    Molto carina la descrizione dei vari tipi di accensione, dai fiammiferi in giù, ed anche delle vecchie sigarette che anch’io ho visto fumare dai miei. Per quanto riguarda il carburo ricordo che anche la mi’ mamma me ne parlava, aggiungendo che questo lasciava un alone scuro sulla pelle, trasformando tutti quasi in negretti. Certo il progresso della conoscenza è una cosa meravigliosa, peccato che poi ne possano godere economicamente solo in pochi, grazie ad un capitalismo sfrenato, di cui anche ‘l tu’ babbo è stato vittima, e che va, in un modo o nell’altro, assolutamente modificato.
    Ciao
    Giovanni

  2. Gerardo Gobbi Says:

    Fausto, noi campagnoli oltre il lume al carburio come si diceva a Sangiustino avevamo anche quello a campana, alimentato a petrolio ( assomigliava alla lucerna dei minatori come brevetto , ma molto più grande ed alegante adeguato alla sala da pranzo dove restava fissato sopra il centro della tavala. Avevamo anche il lume a mano, come quello ad olio ma alimentato a petrolio faceva , puzzava e faceva un fumo nero: lo attacavamo vicino al camino per far luce alle donne che facevano la calzoa o altro e il fume lo attirava il camino. e quello che si spargeva per casa anneriva il viso e anche gli indumenti , era quello che adesso viene difinito lo smog. Forse signor Giovanni Dionisi nel ricordare i racconti di sua Mamma penso che abbia confuso il lume al carburio con questo. Il lume al carburio, nella luce assomigliava un po’ al neon e guardandoci sembrava di essere più pallidi ma non lasciava segni.

  3. Fausto Braganti Says:

    grazie Giovanni, grazie Gerardo, per i vostri interventi. Vero Gerardo anche noi s’aveva un lume a mano, ed in verita’ ce l’ho ancora, ed e’ arrivato ‘n America con due bugie. In Guatemala ed anche in Kenia ho trovato dei lumi a mano ricavati da vecchi barattoli de la birra, piu’ di10.000km di distanza e sostanzilmante eguali!

  4. Marco Boninsegni Says:

    Caro Fausto, mi hai fatto ricordare due fatti di casa mia; il primo risale al dopo guerra quando mio zio Icaro tornando da Santangelo in Vado dove aveva accompagnato un commerciante di bestiame (facendo noleggio auto) riferì al mi babbo Dedalo con soddisfazione che aveva acquistato una partita di carburo, purtroppo da li a poco tornò la corrente al Borgo e i due fratelli per rientrare nelle spese dovettero darsi molto da fare per rivenderlo nelle campagne dove erano sprovvisti di elettricità. il secondo episodio è che due anni fa il mio nipotino Filippo allora di 6 anni mentre accendevo il camino per cuocere uno spiedo di tordi mi venne da dire che una volta si accendeva con i fulminanti. Rimase sbalordito al sentire questa parola, quindi cercai di spiegargli tutte le fonti per fare fuoco; il bello che per farlo più dotto, cercai poi di reperire in commercio: fulminanti, cerini, minerva, scedesi…non sai quante botteghe ho girato, ma ce l’ ho fatta. Un caro saluto Marco

  5. giuliana achilli Says:

    Miss. Clay! Carissimo Fausto mi hai riportato “fuori dal tempo”! Lo zio Nando, zio di mio babbo, era “fattore” delle proprietà dei Cavazzi. Quando, dopo il fatidico “8 settembre del ’43”, mio padre decise di tornare a casa, a Sansepolcro, da Viterbo dove era ricoverato in un ospedale militare, si ritrovò a dover “sfollare” alla “Spinella” con gli zii e con Aldo e Nadia Fiordelli, già sposi. Ovviamente la fatica di portare i “materassi” per gli sfollati fu posta a carico dei più giovani (Aldo e mio padre). Dopo diversi “viaggi” tra il paese e la “Spinella”, mio padre era convinto di aver adempiuto al suo dovere di nipote della zia Anita, moglie di Nando, quando scoprì che l’ultimo “materasso”, che lui aveva portato sulle spalle dal paese alla casa che li avrebbe ospitati era destinato a Miss. Clay! La storia, a me raccontata, fu che mio babbo ritornò a Sansepolcro per portare alla Spinella un ennesimo materasso per mia zia Anita e che, alla fine del salmo, malgrado la fatica, lui ed Aldo dormirono per terra! Secondo mio babbo per colpa di Miss.Clay!

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