151 Non M’Arcordo… del bisnonno Valentino

giugno 24, 2016
Valentino Laurenzi (1841-1932)

Valentino Laurenzi (1841-1932)

Diciamo che questo è un M’Arcordo… di famiglia, da scrivere assieme. Conto su tutti voi per ricostruire, per quanto sia possibile, la figura del bisnonno Valentino Laurenzi.

Aiutatemi!

Tanto per cominciare, ma come si chiamava? Valentino o Valente?

Nei due documenti che io conosco viene indicato come Valentino nell’attestato del medaglia commemorativa per aver combattuto per l’indipendenza ed unità d’Italia e Valente nel censimento del 1881.

L’unica persona che mi abbia parlato di lui è stato mio padre, Renato Braganti e di solito lo chiamava “il nonno Valentino” anche se in certe storie in cui raccontava di possibili conversazione spesso lo faceva chiamare “Sor Valente”. Questo dava al nonno un alone di rispettabilità, di signore di campagna.

La veridicità di quello che scrivo deve esser valutata attentamente, ovvero sono le storie che mio padre mi raccontava e lui aveva una grande ammirazione per suo nonno, e poi cosa ricordo io di queste storie dopo più di cinquanta dalla morte di mio padre?

Credo che la vita d’ognuno di noi non sia quella vissuta, ma quella che si ricorda e come si ricorda per raccontarla. Immaginate cosa può succedere dopo più di cent’anni e quattro generazioni.

Farò del mio meglio.

Come conferma il documento del censimento del 1881, Laurenzi Valente era nato nel 1841 a Monte Santa Maria ed è figlio di Anton Maria, il “fu” indica che il padre era già morto. Direi che la scelta del nome Anton Maria dovrebbe indicare una famiglia benestante, di certo molto cattolica e possibilmente con aspirazioni aristocratiche. Monte Santa Maria, il vecchio feudo marchesato dei Bourbon dal Monte, dopo il Congresso di Vienna, era entrato a far parte del Gran Ducato di Toscana. Quindi il bisnonno Valente nacque toscano. Anche se non sappiamo la data di nascita di Anton Maria non è da escludere che nacque francese, durante l’occupazione napoleonica e l’incorporazione della Toscana nell’Impero Francese.

Mio padre diceva che suo nonno aveva fatto “tante guerre”. Ne abbiamo la prova con la medaglia che gli fu concessa. Il babbo diceva anche che era stato molto nel meridione, è probabile che abbia partecipato alle campagne contro il brigantaggio.

Quanto segue è quello che suppongo. Nel 1859, Seconda Guerra d’Indipendenza, segna la fine del Granducato di Toscana che si unisce al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II. Nel 1860 Garibaldi e i suoi Mille sbarcano in Sicilia. A settembre il generale Manfredo Fanti dell’esercito sabaudo si posiziona a Sansepolcro, organizzando un corpo di spedizione per poi iniziare la marcia verso Città di Castello e la susseguente conquista dell’Umbria, al papa rimane solo Roma e il Lazio. Direi che probabilmente il diciannovenne Valente, fervente patriota, come poi dimostrò nella vita, si unì al nuovo esercito. Ci rimase per almeno sei anni, fino alla III Guerra d’Indipendenza del 1866.

Mio padre diceva che il nonno fu ferito ad una coscia e che il chirurgo aveva asportato un bel pezzo della coscia e del gluteo. Mio padre aggiungeva che qualche volta lo aveva preso in giro, ma sempre dandogli del “voi”:

“Ma nonno, se gli austriaci vi hanno ferito nel sedere vuol dire che voi fuggivi.”

Al che il nonno si arrabbiava, protestando che era stato colpito mentre, strusciando per terra, cercava di tirare entro un fosso un altro commilitone ferito.

censimento del 1881

censimento del 1881

Nella scheda del censimento sotto la voce “professione” viene indicato “Rivenditore di Sali e Tabacchi”. Questa è la prova ufficiale del riconoscimento della sua ferita, infatti gli appalti venivano spesso concessi ai feriti, agli invalidi di guerra. Era una maniera di ricompensarli per il loro sacrificio. Ho scoperto poi che questa tradizione esisteva anche in Francia, mi sembrerebbe una tipica idea napoleonica.

attestato per la medaglia commemorativa 1867

attestato per la medaglia commemorativa 1867

Nell’attestato della medaglia, emesso a Bergamo nel 1867, non viene fatto alcun riferimento al fatto che fosse un invalido di guerra e che riceveva anche una pensione. Mi domando se negli archivi militari, sapendo il suo numero di matricola, si potrebbe ancora scoprire di più.

In questa mia ricostruzioni ci sono dei vuoti, meglio dei misteri. Mio padre diceva sempre che la famiglia Laurenzi era stata ricca, avevano lo stemma con un fronda di lauro (mi pare, lo ricordo nella casa dello zio Beppe ad Anghiari). Avevano avuto prelati in famiglia, forse addirittura un vescovo di Gubbio che morì ingloriosamente cadendo dal letto (?). A conferma di questo ho un dizionario Italiano-Latino del 1792, fra i vari nomi di proprietari compare anche quello Laurenzi. Sempre mio padre diceva che quello era l’unico oggetto che veniva dalla casa del nonno a Fighille. Ma cosa successe alle varie proprietà? Il babbo diceva anche che il nonno se l’era mangiate tutte (?). Non era stato un buon amministratore.

Un altro mistero, ma perché Valente lasciò l’appalto di Sale e Tabacchi del Monte per andare al Sasso a fare il casellante della nuova ferrovia? Si raccontava che all’alba mandava la figlia Cesira, la più grande, seguita da Vittoria più piccola, a fare l’ispezione delle rotaie. Mia nonna Vittoria aveva il terrore d’entrare nelle gallerie buie, avevano solo una lanterna.

Nel foglio del censimento dopo il nome di Valente (1841, di Anton Maria) segue quello della moglie Maddalena (1842, di Pietro Ligi). Poi sono indicati i figli: Cesira (1870, sposò un Bellocci di Siena), Vittoria (1875, mia nonna paterna), Dante (1879, morirà accoltellato nel 1900), Giuseppe (1880, abitò ad Anghiari), infine la suocera Marianna Batacchi (1816, San Giustino, figlia di Batacchi Ubaldo, poi sposata con Pietro Ligi). Credo che ci sia stata un’altra figlia Rosa, nata dopo il censimento, che, da sposata, andò ad abitare a Roma.

orecchini di Marianna Ligi

orecchini di Marianna Ligi

La persona più vecchia in questo documento è la bis-bis nonna Marianna, suo padre Ubaldo di certo era nato verso il 1790 o prima. Mia cugina, Silvana Braganti (1927-2014), anni fa regalò a mia figlia Tanya un paio di orecchini antichi dicendole che li aveva ricevuti in dono dalla nonna Vittoria (Laurenzi), che le aveva detto che lei, a sua volta, li aveva ricevuti in dono dalla propria nonna. Quindi questi orecchini dovrebbero essere stati di Marianna Batacchi.

orecchini di Vittoria Laurenzi

orecchini di Vittoria Laurenzi

A proposito d’orecchini antichi ci sono anche quelli d’oro e corallo sfaccettato di mia nonna Vittoria. Non so nulla eccetto che quando stava per morire chiamò mia madre, la nuora, e glieli donò chiedendole perdono per essere stata cattiva con lei. Credo che siano molto tradizionale e tipici dell’ottocento. Una volta ne vidi un paio in un negozio d’antiquariato, su Ponte Vecchio a Firenze, ed avevano un’etichetta con la semplice dicitura “orecchini toscani.”

Di certo fui molto sorpreso quando notai che Scarlett O’Hara (l’attrice Vivien Leigh) aveva un simile paio d’orecchini nel film “Via col Vento”. Di certo mia madre, se l’avesse visti, ne sarebbe stata particolarmente fiera.

dal film "Via col Vento"

dal film “Via col Vento”

Dopo la divagazione degli orecchini ritorniamo al bisnonno Valentino. Le storie raccontate erano varie, ma di certo quella che faceva effetto era quella:

“Il nonno Valentino prese quattro mogli e la quinta donna si rifiutò di sposarlo perché lui portava male, le mogli erano proni a morire.”

Aveva ragione, lei andò al suo funerale. Non so nulla delle tre mogli che seguirono Maddalena Ligi, so solo che rimase vedovo la prima volta quando aveva più di sessant’anni. Si diede subito da fare. Mio padre diceva che l’ultima donna era stata una vecchia fiamma di Valentino ed andò ad abitare con lui nella casa a Fighille. Tutte e due avevano più di ottant’anni e ufficialmente la donna era una badante, ma i commenti dei pettegoli dicevano ben altro. Mia nonna Vittoria, simbolo del perbenismo borghese, non era contenta del comportamento del padre galletto.

Il bisnonno Valentino, nonostante le tradizioni religiose della famiglia, non andava d’accorto coi preti, o meglio col papa. Per la sua generazione papa Poi IX rappresentava l’ostacolo all’unità nazionale, era il nemico della Patria. La moglie Maddalena, nella mia casa in Francia ho la sua sedia inginocchiatoio, era una donna pia e dopo tante insistenze convinse il marito ad andare in chiesa, confessarsi per poi fare la comunione. Mio padre aggiungeva che il nonno era da trent’anni o forse più che non si confessava. Alla fine d’una lunga lista di peccati il prete cominciò la sua lista si penitenze, tanti rosari alla Madonna, altri al Sacro Cuore di Gesù e così via. Si dice che il bisnonno impaziente si alzò dal confessionale, scostò la tendina che celava il prete e gli disse:

“Prete, io lavoro, dilli te tutti ‘sti rosari, te non hai un cazzo da fare tutto il giorno!”

E se ne andò.

Nella cronaca familiare non mi è stato tramandato cosa disse la moglie Maddalena.

Un’altra storia, sempre nel tema dei suoi rapporti coi preti.

Dopo la morte della quarta moglie, come ho già detto, il bisnonno Valentino ritrovò una sua vecchia amante di gioventù e l’invitò a vivere con lui nella sua casa a Fighille. Ambedue erano sull’ottantina. Mia nonna Vittoria, si dice, era furiosa ed imbarazzata per il comportamento del padre.

Nei giorni che precedevano la Pasqua la donna, purtroppo non ne conosco il nome, diede una gran pulita alla casa in attesa della benedizione pasquale. Il bisnonno Valentino seduto sul davanti della porta di casa vide il prete col chierichetto che procedeva lungo la strada andando di casa in casa. Quando questi arrivò davanti alla sua passò oltre senza entrare. Quando il bisnonno lo vide uscire dalla casa successiva gli chiese:

“Prete, ma perché non sei venuto a benedire la nostra casa?”

“Sor Valente, mi dispiace ma non posso farlo. La vostra casa non è benedetta dal sacramento del matrimonio.”

Al che rispose:

“Ma quanto sei bischero prete! Siamo due vecchi che si fanno compagnia. Sai cosa ci devi fare con la tua acqua santa? Lavatici i coglioni, se ce l’hai!”

Ma sarà vera?

Ci sono altre storie, ma per oggi basta così.

Raccontatemi le vostre, le aggiungerò a questo scavo d’archeologia familiare.

la nonna Vittoria e' arrivata a Tuchan.

la nonna Vittoria e’ arrivata a Tuchan.

La nonna Vittoria Laurenzi, ma chi l’avrebbe mai detto, è arrivata fino a Tuchan nel sudest della Francia, non lontano da Perpignan, dove ho una casa. Quello ha destra è il nonno Barbino (Luigi Braganti). Anche lui era originario del Monte Santa Maria (per l’esattezza, popolo di Trevine, frazione Gioiello). Questa era solo una coincidenza, i due si incontrarono ad una festa da ballo a Santa Fiora (Sansepolcro) probabilmente nel 1900. Si sposarono subito ed andarono ad abitare a San Leo. Quella che scrive è mia moglie Pascale.

Questa è la sedia della bisnonna Maddalena Ligi, la prima moglie del bisnonno Valentino Laurenzi, che fu seguita da altre tre più una che non sposò: ma forse fu proprio lei che non volle il matrimonio, non voleva essere la quinta moglie a morire. Le lettere ML marcate sul legno sono le sue iniziali. Maddalena in chiesa ci andava, non era come il marito. Alla sedia originale era stata fatta una aggiunta nel di dietro che fungeva da inginocchiatoio. Mia nonna Vittoria Laurenzi l’aveva ereditata da sua madre e la teneva nel duomo di Sansepolcro. Quella era la sua sedia inginocchiatoio personale e ne era molto fiera. Mia madre, alla sua morte, ne fu l’erede. Un giorno tutte queste sedie private sparirono dalla navata del duomo, l’arciprete non le voleva in giro, tutte differenti e mai in fila. Mia madre andò subito a cercarla e la ritrovò nel dietro fella sagrestia, mi disse che ce n’erano molte tutte accatastate, Lei la riconobbe subito per quelle due lettere. Il prete non gliela voleva restituire dicendo che appartenevano al duomo. Mia madre non si fece intimidire la prese con forza e se la portò via. Avrei voluto vedere mia madre che usciva dal duomo con una sedia. La portò poi da un falegname e fece togliere quella aggiunta posticcia e ritornò ad essere una sedia normale. Adesso si trova nella mia casa a Tuchan in Francia.

la sedia della bisnonna Maddalna

la sedia della bisnonna Maddalena

Commento di Mauro Laurenzi, figlio del mio biscugino Valentino, custode del mitico nome:

“Orbene Sor Fausto….il Babbo ha letto con molto piacere il M’arcordo familiare e confermato, e riso, su molti dettagli. La sua fonte era Maddalena Laurenzi, figlia di Giuseppe e sorella di Dante, mio nonno e della Bianca Luzzi. Gli Acciarini purtroppo non ci sono più in quanto dopo la morte dell’unico figlio Sergio, lo Zio Mario, figlio di Rosa, è morto di dispiacere dopo poco. Tornando alle sue memorie c’è da premettere che a parte i ricordi infantili, una volta rimasto orfano del papà nel 42 (ucciso da una sentinella indiana a Bophal), fu messo in collegio a Collegio a Collestrada (PG). Il resto arriva dalla Zia Nena che è colei che ha custodito gelosamente i pochi cimeli di famiglia seppellendoli durante la guerra: – lo stemma araldico; – il diploma e la medaglia commemorativa; – il quadro 80×60 tratto da una foto a carboncino; – un certo numero di posate in ottone con manico d’osso. Qui arriva una piccola discrepanza, relativa alla rivendita di sali & tabacchi. Le posate, secondo la Zia Nena, provenivano da un’osteria di proprietà del Sor Valente a Monte Santa Maria. Qui il Babbo ritiene fosse qualcosa di simile a quella dei Luzzi in Viaio. Al riguardo, personalmente rammento che durante una visita a Monte Santa Maria intorno al 78, la Zia Nena ce la fece vedere, era il un vicoletto in discesa sotto ad una arcata, e sull’insegna dipinta sul cemento si intravvedeva ancora la scritta hosteria. Appena possibile farò una foto delle posate, particolari le forchette a tre punte. Per la ricerca militare, lavorando allo Stato Maggiore Difesa, sto cercando di sapere dove sono conservati, se ancora disponibili, gli atti dell’esercito sabaudo. Infine, il Babbo non sa perché diventò ferroviere presso la appennino centrale umbra ma crede che, vista la nomea di tombeur de femme che girava sempre in calesse (ferrari dell’epoca), si sia giocato l’osteria ed il resto ma non lo può confermare.”

Fausto Braganti

ftbraganti@verizon.net

 

Marblehead, 24 giugno 2016

 

Ho pubblicato (è già passato un anno) il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

 

https://www.youtube.com/watch?v=Cuj_L36JYeQ

 

Il mio blog fotografico https://1dailyphoto.wordpress.com/

E questo è il sito dedicato al http://il-dottore-fotografo-alla-grande-guerra.com/

 

 

 

150b M’Arcordo… di Muhammad Ali

giugno 4, 2016

italiano

The Beatles and Muhammad Ali

The Beatles and Muhammad Ali

I have no pictures with Muhammad Ali, though I am sure that somewhere in a drawer of a fan or in a newspaper’s archive I could find one. In order to remember him I borrowed this famous one of him knocking down the Beatles.

I’ve never been interested in boxing, my father was.

For a short time, in the fall of 1980, I worked as a manager for Alitalia in Philadelphia. I stayed in an old hotel, I think it was the Biltmore, convenient, classic, only a block or two from the office.

One night I was meeting a friend for dinner and when she telephoned me that she was waiting for me in the lobby, I was ready. I called the elevator. The door finally opened and I found myself in front of an elegant gentleman, jacket and tie. He was tall, imposing. I smiled and he invited me to enter with a simple gesture.

It was he: Muhammad Ali. He was big. Considering my stature, I really watched him from the bottom up. We continued our descent, no conversation, only another smile when the elevator stopped, we had arrived. We shacked hands

When the door opened, I was hit by a barrage of photo flashes. In the lobby a crowd of journalists and fans had gathered. They were not waiting for me.

My friend, who had witnessed such unexpected triumphant arrival of mine, teased me, she was happy to go to dinner with somebody famous like me.

Nobody wanted my autograph.

 

Muhammad is dead, this is my way to remember him.

  

Fausto Braganti

ftbraganti@verizon.net 

Marblehead, June 4th, 2016

 Ho pubblicato (è già passato un anno) il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015. 

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150a M’Arcordo… di Muhammad Ali

giugno 4, 2016

in English

The Beatles and Muhammad Ali

The Beatles and Muhammad Ali

Non ho nessuna mia fotografia con Muhammad Ali, anche se son certo che da qualche parte, in un cassetto d’un tifoso o nell’archivio di qualche giornale, ci deve essere. Per ricordarlo ho preso in prestito questa famosa immagine con i Beatles,

Non sono mai stato interessato al pugilato, mio padre lo era.

Per un breve periodo, autunno del 1980, ho lavorato come manager Alitalia di Philadelphia. Ero sistemato in un vecchio hotel, mi pare fosse il Biltmore, comodo, ad uno due isolati dall’ufficio.

Una sera avevo un appuntamento per cena e quando l’amica mi telefonò che era arrivata e mi aspettava nell’atrio ero già pronto. Mi avviai all’ascensore ed attesi. Finalmente la porta si apri e mi trovai davanti solo un signore elegante, giacca, cravatta ed alto, imponente. Mi sorrise, mi fece un semplice gesto invitandomi ad entrare.

Era lui, Muhammad Ali. Mi parve gigantesco, considerando la mia statura, lo guardavo davvero dal basso verso l’alto.

Continuammo la discesa, nessuna conversazione, ancora solo un sorriso quando l’ascensore si fermò, eravamo arrivati. Gli tesi la mano e lui me la strinse.

Quando la porta si aprì fui investito da un bombardamento di lampi fotografici. Nell’atrio s’era radunata una folla di giornalisti e di tifosi. Non si aspettavano che ci fossi anch’io.

La mia amica, che era stata testimone di questo mio inaspettato arrivo trionfale, mi prese poi in giro dicendomi che era contenta d’uscire con uno famoso come me, nessuno mi chiese l’autografo.

Muhammad è morto, lo voglio ricordare cosi.   

Fausto Braganti

ftbraganti@verizon.net 

Marblehead, 4 giugno. 2016 

Ho pubblicato (è già passato un anno) il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

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149 Non M’Arcordo… dell’ingegnere Vincenzo Benini.

maggio 9, 2016

PDF: le Origini di Sansepolcro – Vincenzo Benini

le pagine che sembrano mancanti nella numerazione sono quelle bianche

Non m’arcordo del ing. Benini per la semplice ragione che non l’ho mai incontrato e non sapevo nulla di lui fin quando un giorno entrai nella libreria di Enrico Polcri.

Questa faceva parte delle mie visite obbligatorie, direi ritualistiche, d’ogni mia visita a Sansepolcro. La prima era Paolo Massi, che dal suo strategico angolo controllava tutto e tutti, poi, magari seguendo come un segugio l’aroma del caffe, andavo a trovare Dorieno, che immancabilmente mi offriva un espresso e se anche ogni volta cercovo, invano, di pagarlo lui mi diceva:

“Ma ‘n fere ‘l saleme, tu miqui si de chesa!”

Dopo veniva la visita alla libreria d’Enrico, allora era un’altra cosa, che mi informava di tutte le ultime pubblicazioni. E proprio durante una di queste visite mi diede questa piccola dissertazione sulle origini di Sansepolcro, che offre in poche pagine un’interessante ed acuta proposta, che di certo dovrebbe esser sviluppata.

Non so nulla del ing. Benini eccetto il fatto che aveva sposato una Giovagnoli (Giuliana?) ed in tal modo era arrivato a Sansepolcro. Ho visto una semplice lapide col suo nome al cimitero.

Mi son permesso, e non ho chiesto il permesso a nessuno, di ricopiare il trattatello (PDF) per permettere ai volenterosi che non lo conoscono di leggerlo, son solo poche pagine, ma vi assicuro merita d’esser scoperto.

Voglio solo sperare che l’ingegnere sarebbe stato contento di questa mia iniziativa.

Infine, prego quelli che l’hanno conosciuto di dirmi di lui, certo una persona degna d’esser ricordata.

Fausto Braganti

ftbraganti@verizon.net 

Marblehead, 9 maggio 2016

PS: Ringrazio il sig. Valter Baccellini di San Giustino per questo suo contributo. Valter ha di certo ricoperto una grande lacuna.

<< Sig. Braganti ho letto nel suo blog l’argomento n.149 sulle origini di Sansepolcro e la pubblicazione del Dr. Vincenzo Benini del quale chiede notizie.

Intanto le voglio precisare che io e lei ci scambiammo una email circa tre anni fa quando mi stavo interessando alla famiglia Cavazza, residente in Via Aggiunti nel palazzo Cavazza-Colacchioni, ed  in particolare alla vita della Sig.ra Miss. Clein.

Ma torniamo al Dr. Benini, io l’ho incontrato varie volte presso gli uffici del gruppo Fattoria Autonoma Tabacchi Soc. Coop. / Pro Agri Soc. Coop. in Città di Castello dove io lavoro, come responsabile di un CAA, Centro di Assistenza Agricola, mi occupo di normative comunitarie settore agricolo, ed in particolare ho il compito di redigere e presentare le domande di contributo per le aziende agricole che mi hanno dato mandato.

Il Dr. Benini o forse meglio chiamarlo Ing., credo che fosse ingegnere, veniva nei nostri uffici perché probabilmente socio della Pro Agri, la Fattoria ha solo soci che coltivano Tabacco, e veniva come tutti i soci a chiedere informazioni e servizi di vario genere quali richiesta acquisto di sementi, concimi, fitofarmaci ecc. e lavorazioni, per la propria azienda agricola o meglio quella della moglie, giustamente come dice lei Giuliana Giovagnoli.

Io lo conobbi personalmente presso i nostri uffici nell’Ottobre del 2006, sono certo di queste data perchè ho ancora dei documenti che lo riguardano, in quanto con il varo della nuova Politica Agricola Comunitaria di allora, doveva risolvere un problema risultato poi abbastanza complesso, relativo all’affitto della terra di cui era usufruttuaria la moglie e proprietari i tre figli ed i titoli assegnati da AGEA che erano invece i suoi personali.

Io mi interessai al caso scrivendo anche ad un consulente del mio CAA a livello nazionale e gli risolsi il problema, scrivendogli una bozza del contratto di affitto che lui poi si fece redigere dal suo sindacato agricolo, che credo fosse la Confagricoltura di Arezzo, sede di Sansepolcro.

Andai a trovarlo a casa sua un pomeriggio, dove conobbbi sua moglie ed una delle due figlie.

Poi non l’ho vidi più e qualche anno dopo seppi che era deceduto, di preciso il 08-11-2007.

I miei ricordi dell’Ing. Benini finiscono qui, ma la cosa più importante e curiosa è quella che mi confidò un giorno in uno dei nostri incontri…….. lui era stato il o comunque uno dei progettisti dell’Aeroporto di Fiumicino, me lo disse forse perché gli chiesi qualche cosa del suo lavoro passato, ma non ricordo.

Uomo molto gentile e fine nei modi e nel parlare, segni particolari altezza intorno a m.1,80, corporatura robusta, asciutta, capelli rossastri, era nato a Firenze  il 16-12-1926, deceduto il 08-11-2007, coniugato con Giovagnoli  Giuliana nata a Sansepolcro il  27-11-1928 deceduta il 29-07-2015, aveva avuto tre figli, Francesca del 1956, Alessandra del 1961, Massimiliano del 1958.

Tutte e tre i figli abitavano e credo tutt’ora abitano a Roma >>.

 

Ho pubblicato (è già passato un anno) il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015. 

https://www.youtube.com/watch?v=Cuj_L36JYeQ

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PS: contributo di Walter

 

 

148 M’Arcordo… di Giovanni Buitoni e del corpo di spedizione Borghese ad Hackensack N.J.

febbraio 10, 2016
Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni

Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni

La settimana scorsa in Italia il teleromanzo di Luisa Spagnoli e Giovanni Buitoni ha avuto un enorme successo, purtroppo non l’ho ancora visto. Sono andato nel sito RAI ed ho ricevuto una laconica comunicazione che mi informava che per ragione di copyright non mi era permesso visionarlo nel mio paese di residenza, USA. Sarà per la prossima volta che torno in Italia. Forse è meglio non averlo visto, così non sarò influenzato in quello che dirò. Più d’una volta avevo sentito parlare in famiglia di questa storia d’amore proibita, ma sempre in gran segreto, ed io attento ascoltavo, mi sembrava di far parte d’un complotto carbonaro. E pensare che poi tanti anni dopo i loro abbracci appassionati son finiti in televisione, ma chi l’avrebbe mai detto.

Debbo aggiungere che forse quello che avevo sentito dire non era corretto e mi avevano portato a conclusioni non molto edificanti. Infatti io credevo che la differenza d’età fosse ben più grande, forse vent’anni se non addirittura trenta e non era stata Luisa ad ammaliare il giovane pivello ma piuttosto il contrario. Era stato lui che usando come strumenti la seduzione e poi l’amore voleva prender controllo dell’azienda. Penso che la mia fu una percezione del tutto sballata basata su quell’errore di differenza d’età che ho scoperto in questi gioeni. In fondo 13 anni non sono molti ed una donna di 32 di certo può essere al massimo della sua gloria, aggiungendo alla sua bellezza consolidata una buona dose di conoscenza in materia. Sa quello che vuole e non ha incertezze, non perde tempo nascondendosi dietro falsi pudori e se ci fossero sarebbero solo strumenti di giochi d’amore a breve termine. Quindi anch’io mi debbo adattare al revisionismo storico.

 

A proposito della Buitoni in New Jersey scrissi un M’Arcordo… circa tre anni fa con l’intenzione di poi scriverne il seguito. E poi non l’ho fatto fino, ho continuato a rimandare fino ad oggi. Avevo bisogno che Giovanni e Luisa mi dessero una spinta.

https://biturgus.com/2012/10/26/109g-marcordo-la-buitoni-ad-hackensuck-nj/

In questo io racconto del mio trasferimento da Boston in New Jersey nel 1990 e delle memorie dello stabilimento Buitoni ad Hackensack e della presenza di Giovanni Buitoni che anche da morto si faceva sentire nella memoria di tanti. A seguito del programma televisivo il mio racconto, nonostante avessi lasciato fuori Luisa per discrezione, ha ritrovato un grande interesse fra tanti curiosi che dopo aver visto il teleromanzo volevano saperne di più e sono andati nell’internet. Nel giro di tre giorni il mio blog ha avuto quasi 1500 visite, forse son rimasti delusi sperando di trovare dettagli molto più piccanti.

Ricapitolando: Giovanni per ragioni politiche decise che era meglio cambiare aria e partì per New York, eravamo alcuni anni prima della guerra (1934-35), con l’intenzione di promuovere i prodotti Perugina. Fu un raro tipo, direi unico, di emigrante che di certo viaggiò in prima classe, e la sera si metteva lo smoking per cenare al tavolo del comandante. A quel tempo c’era un prestigioso negozio di prodotti Perugina in Fifth Avenue. Non so se ci fosse anche stato uno con i prodotti di moda “Luisa Spagnoli”, quelli morbidi di lana d’angora che la cugina Silvana di Perugia amava tanto.

Giovanni e Letizia Buitoni

Giovanni e Letizia Buitoni

So anche che fu coinvolto nell’allestimento del padiglione italiano alla World Fair del 1939, un altro evento di gran successo.

Non so quando si sposò con Donna Letizia. La coppia elegante e sofisticata entrò nel giro dell’alta società di New York. So anche che fu membro del circolo “Tiro a Segno” in MacDougal St. (Greenwich Village). Questo era, e lo è ancora, un club molto esclusivo e vanta d’essere il più vecchio (1888) e prestigioso dei circoli italiani. Nel 1996 (più o meno) fui invitato ad un pranzo d’affari da uno dei membri, un anziano operatore turistico che vantava più di mezzo secolo nel mondo dei viaggi. Durante la conversazione saltò fuori che io ero di Sansepolcro. Lui subito mi disse che c’era stato e che aveva incontrato il Sor Marco e ch’era stato amico di suo fratello Giovanni e di questo se ne sentiva fiero. Mi disse anche che era stato il suo agente di viaggio personale e mi confermò che lui era un gran signore, di gran classe. Giovanni e Letizia viaggiavano per nave ed i bauli e valigie erano tanti, aveva bisogno sia delle camice per il frac come quelle per lo smoking. Naturalmente non mancarono i pettegolezzi che resero il pranzo ancora più interessante.

Nel 1940 venne la guerra e non fu una sorpresa; si interruppero le comunicazioni fra l’Italia e gli Stati Uniti ed i “Baci” non arrivarono più. Giovanni, tagliato fuori della famiglia e senza nulla da vendere, aveva pur bisogno di sopravvivere e di certo non voleva cambiare il suo stile di vita. Aveva bisogno di far soldi. Di pasta ne sapeva qualcosa così decise di mettersi a produrre spaghetti ed aveva a disposizione un buon nome, di prestigio, e mi fermo qui, non è la mia intenzione di scrivere la sua biografia anche perché non son qualificato, vado avanti per sentito dire.

Per il momento diciamo che lui rimase come una testa di ponte in attesa d’uno contingente che doveva arrivare dall’altra parte dell’oceano. Le future truppe da sbarco erano per il momento alle prese nelle battaglie del Nord Africa e di certo non pensavano all’America.

Nino Manari, bersagliere corrazzato

Nino Manari, bersagliere corrazzato

Nino Maneri sbarcò nel 1954 ed Ezio Zoppi arrivò poco dopo di lui, ambedue erano provetti meccanici della Buitoni di Sansepolcro. Non so quando arrivò l’ingegnere Mario Giannini che poi incontrai quando stava alla Prince Spaghetti,

Forse a Nino, conoscendone il carattere focoso, sarebbe piaciuto traversare il Washington Bridge con la sua autoblinda per raggiungere Hackensack NJ, a solo venti minuti da Manhattan. Anche quel veicolo era stato uno dei tanti mezzi che partendo da Sansepolcro, dopo tante tappe ed avventure, lo avrebbe portato fino in America. Nino ed Ezio furono richiamati e partirono nell’estate del 1940 all’inizio della guerra e mentre Giovanni andava all’opera o ai concerti di Toscanini a New York, loro si ritrovarono a scorrazzare per il deserto della Libia ed dell’Egitto fino a Siwa. Furono fatti prigionieri dagli inglesi dopo El Alamein e dato che questi di prigionieri ne avevano troppi e non sapevano dove mandarli furono “regalati” agli americani. Il viaggio per nave fu lunghissimo ma c’era cibo in abbondanza. Finirono in campi differenti. Ambedue intuirono che la prigionia sarebbe stata lunga e tediosa, ma almeno non c’erano pallottole che sibilavano sopra la testa, ed ambedue decisero di metterla a buon frutto. Studiarono ed impararono l’inglese ed fu proprio questa la ragione, a parte il fatto ch’erano provetti meccanici, per cui furono scelti per andare negli Stati Uniti nel 1954, ma di questo ne riparleremo poi.

Penso che in quegli anni di guerra e del dopo guerra gli affari dello stabilimento Buitoni americana andarono bene e Giovanni ebbe la geniale idea di creare uno “Spaghetti Bar” dalle parti di Times Square a New York. Aveva avuto un intuizione, come quando aveva inventato i “Baci”, come preparare e servire un pasto gustoso in pochi minuti e cosa ci poteva essere meglio d’un bel piatto di spaghetti? Entravi, ordinavi, sceglievi il sugo e via. Aveva inventato il “fast food”. Mio cugino Umberto, ma che poi in realtà si chiamava John, me ne parlò bene.

“E la pasta era buona, al dente, con un ottimo sugo.”

Mi domando se c’era già l’idea di creare una catena di ristoranti simili. Non so come andò a finire o perché chiuse. Quando arrivai a New York per la prima volta nel 1970 lo “Spaghetti Bar” era già solo un ricordo.

Per quanto ne sappia io in quei primi anni del dopo guerra i rapporti fra lo stabilimento americano e quelli italiani e quello parigini erano limitati. Giovanni era il presidente d’una repubblica separata e tornò in Italia solo nel 1952 e questo mi pare sorprendente, era stato via almeno 13 anni, ma perché? Fu quello il ritorno del fratello prodigo? Infatti gli altri quattro fratelli lo aspettavano a braccia aperte, almeno per i fotografi che li immortalarono. La ragione ufficiale fu la celebrazione dei 125 anni della fondazione della Buitoni. Ci furono feste varie, foto ricordo con centinaia d’operai ed impiegati sorridenti ed anche il mi’ babbo ebbe la sua medaglia d’oro con tanto di diploma che fu subito incorniciato e fieramente esposto nel soggiorno. Tante case a Sansepolcro furono ornate da quelle pergamene.

Il babbo cominciò a portare a casa materiale promozionale e riviste americane, di cui non capivo niente ma di certo avranno decantato la bontà dei prodotti Buitoni e Perugina. Quella fu la volta che vidi qualcosa scritto in inglese, mi pareva che una parola si ed una no fosse “the”. Che strana lingua l’inglese. Ne ricordo una con Donna Letizia in copertina, una foto scattata dall’alto e lei con una gonna ampissima che pareva una ruota di stoffa con un milione di piegoline.

“Ma come era elegante!” Avrà detto mia madre, di certo paragonandola a Scarlett O’Hara di “Via col Vento”. Quella rivista rimase in giro per la casa per anni, forse nessuno osava gettarla via.

Di certo quella fu l’occasione per i cinque fratelli Buitoni perugini di programmare il futuro e l’espansione dell’azienda, ognuno ne avrebbe avuto una fetta. Fu anche allora che in questo spirito di espansione fu coniata la famosa frase:

“da qui… in tutto il mondo” Sansepolcro, Perugia, Roma, Parigi e New York! Mica potevano dire Hackensack? Se riuscivi a pronunciarlo sembrava una parolaccia.

Lo stabilimento americano era in una fase di grande espansione, di rinnovamento, c’era bisogno di nuovi macchinari, linee di produzione, c’era bisogno di ingegneri, di meccanici qualificati che potessero impiantarli e poi operarli e fu così che venne il turno di Nino Maneri ed Ezio Zoppi assieme a Mario Giannini ingegnere, figlio di Sostegno, personaggio storico della vecchia Buitoni. Non solo erano qualificati a svolgere le loro mansioni ma parlavano inglese, ecco per loro era stato un colpo di fortuna quando prigionieri dagli inglesi invece d’essere spediti in India od in Kenya come altri si trovarono in una nave che da Alessandria li portò in America.

Ambedue, come ho già raccontato, al ritorno dalla prigionia si sposarono, non c’era tempo da perdere, come aveva detto Ezio a Mariettina

“Sposiamoci subito, ci hanno già rubato cinque anni.”

Nino sposò la Nara e quando nacque una bambina non ebbe dubbi, doveva avere un nome americano, così a Sansepolcro ci fu la prima Jane (pronuncia “iane” alla Borghese). Io non avevo mai visto un nome così, che nome strano pensavo e si scrive anche con la “i lunga” una lettera che non è neanche nell’alfabeto. Ripensandoci Nino era stato lungimirante e quando “iane” arrivò a scuola a Nutley il nome non era più strano e divenne “gein”.

Nino e Ezio partirono prima e dopo un anno li raggiunsero le mogli con prole. Ed io da lontano sentivo tutte le storie di questi Borghesi ch’erano andati in America, ma perché il babbo non ci andava? Ci volevo andar anch’io, volevo viaggiare, per un breve tempo, ma più tardi verso la fine degli anni cinquanta, si parlò seriamente d’un trasloco a Parigi, ma poi non successe nulla ed io ero triste, anche se l’idea d’andare in una scuola dove tutti parlavano francese mi preoccupava.

La Titina, sorella di Nino, era amica di mia madre e da lei si sentiva tutto quello che i nuovi americani facevano. Mi sembrò un evento eccezionale quando ci raccontò d’una telefonata intercontinentale che avevano fatto per Natale. Ma chissà quanto sarà costata!

da sinistra: Nara Donnini Maneri, Jane Maneri , sig.ra Benassi e Letizia Buitoni

da sinistra: Nara Donnini Maneri, Jane Maneri , sig.ra Benassi e Letizia Buitoni

Donna Letizia doveva avere la responsabilità di aiutare le famiglie ad adattarsi al nuovo ambiente. Una gita in cima al Rockefeller Center doveva esser d’obbligo, naturalmente hanno tutte le signore hanno i guanti bianchi.

Nino, Ezio e Mario si erano impiantati in pianta stabile ma poi c’erano altri che andavano e venivano a seconda delle necessità. So anche che l’ingegner Longinotti passò dei lunghi periodi ad Hackensuck.

Giovanni Buitoni doveva gran parte del suo successo alla sua personalità aperta e brillante, da farsi notare. Aveva un nome importante, prestigioso, che apriva le porte e lui stesso era uno strumento per far conoscere i suoi prodotti, Buitoni era sinonimo di spaghetti. Lui si doveva far vedere, riconoscere, far ricordare quel nome alla gente che entrando in un supermercato avrebbero scelto quel pacco di spaghetti solo perché ne riconoscevano il nome.

fine anni '50 cena a New York

fine anni ’50 cena a New York

Nella foto da sinistra: Nara Donnini Maneri, ing. Longinotti, Elia Mari (segretaria) Nino Maneri, sig.ra Benassi, (cameriere?), Giovanni Buitoni, un’altra segretaria (Cassetta?) e Raffaello Benassi. Questi era di Sassuolo ed era un “montatore” ovvero uno di quelli che montava quei lunghi forni di essiccazione della pasta. Ho conosciuto personalmente il sig. Benassi che aveva lavorato anche a Sansepolcro. Era lui che comprava per mio padre casse di barolo, ancora senza etichetta e tappo legato collo spago.

Quando Giovanni Buitoni decise d’affittare il Carnegie Hall a New York per un concerto di beneficenza dove lui sarebbe stato il protagonista della serata, cantando dei brani d’opera, furono in tanti a criticarlo, una stravaganza strepitosa che sarebbe costata tanti soldi, buttati al vento. Questi si sbagliarono, il successo venne dal fatto che tutti ne parlarono, giornali, radio e televisione, e le vendite ed il guadagno compensarono la spesa di gran lunga. Ricordo che il mi’ babbo portò a casa il programma di quella serata, delle copie erano arrivate fino a Sansepolcro.

Quelli furono gli anni di espansione, del gran successo della Buitoni e Perugina in Europa, come in America. I prodotti venivano spediti in tutto il mondo. Nel film “Un Italiano in America” Alberto Sordi in poche ore da lavorante in una stazione di servizio alla periferia di Roma si ritrova nel palcoscenico d’uno studio televisivo a New York dove incontra il padre che non aveva mai conosciuto, Vittorio de Sica. La scena dai toni melodrammatici viene improvvisamente interrotta dalla pubblicità e cosa poteva esser meglio pubblicizzato d’un pacco di spaghetti Buitoni? Ve lo ricordate?

sguardo convincente

sguardo convincente

Credo che fu un bel colpo e di certo costò caro. 

Anche questa volta credo d’aver chiacchierato anche troppo, finisco la storia con Giovanni a cavallo e con lui Nino e Jane, ecco io ch’ero rimasto a Sansepolcro a cavallo non ci andavo.

Giovanni Buitoni nella sua tenuta a Paramus, NJ fine anni '50

Giovanni Buitoni nella sua tenuta a Paramus, NJ fine anni ’50

Nino ed Jane fanno compagnia a Giovanni, fine anni '50

Nino ed Jane fanno compagnia a Giovanni, fine anni ’50

Post Scriptum (senza fotografie)

“Fausto, ma tu la Hilary la pipavi?”

Diciamolo che questa domanda diretta, inaspettata e inequivocabile nel suo contenuto almeno per uno del Borgo (Sansepolcro), mi colse di sorpresa ed anche tanta. E pensare che quello doveva essere un incontro d’affari. Inoltre l’uso dell’imperfetto suggeriva il ripetersi dell’azione.

Andiamo per ordine, in questa storia Luisa Spagnoli non c’entra niente e Giovanni Buitoni solo indirettamente, diciamo per parentela.

In quegli anni in cui ero ancora con Alitalia in New Jersey lavoravo molto (spedizioni cargo) con una compagnia italiana dal gran nome, prestigiosa. Un giorno uno dei dirigenti mi telefonò annunciandomi che sarebbe arrivato un nuovo presidente “e viene dal tuo paese, è di Sansepolcro! Penso che lo conosci.” Non mi disse altro.

Organizzammo un incontro e per l’occasione il mio capo, il capo del mio capo, quello con le grandi finestre dell’ufficio che davano su Fifth Avenue, traversarono il Washington Bridge per venire in New Jersey, questo era un cliente importante. Ambedue erano miei amici e ci davamo del tu nonostante i loro titoli altisonanti.

L’ufficio moderno, spazioso dalle gran vetrate del presidente non era lontano dal Washington Bridge. Fummo scortati nel suo ufficio che aveva una scrivania grande come il ponte d’una portaerei, e lui, un aitante bel giovane elegantemente vestito (Zegna o Brioni?) ci aspettava sorridente, si alzò e venendomi incontro con la mano tesa, senza alcun preambolo, ignorando tutti gli altri, mi chiese:

“Fausto, ma tu la Hilary* la pipavi?”

Ed io fui sorpreso, e gli altri rimasero interdetti, anche perché non capivano che cosa volesse dire “pipare” a parte “fumar la pipa”.

Ed io, dopo alcuni momenti d’esitazione, più o meno risposi:

“Questa sì che è una domanda a sorpresa, da non credere, se per quasi trent’anni hai potuto vivere senza sapere quello che si faceva io ed Hilary penso che tu possa sopravvivere immaginando quello che vuoi.”

Sorrise e cominciammo la riunione.

Quando sortimmo i miei colleghi erano curiosi di quella enigmatica conversazione. La traduzione in italiano del verbo “pipare” aumentò il loro interesse ed anche loro volevano sapere cosa era successo con Hilary.

Delucidazione finale. Hilary arrivò a Sansepolcro da Londra alla fine del 1964 come governante e per insegante l’inglesi ai quattro rampolli, ed il presidente era uno di questi. Hilary non conosceva nessuno e si annoiava tantissimo nella grande casa. Mi fu presentata e cominciammo ad uscire assieme ma non molto, solo quando tornavo da Firenze. In fondo quella domanda era logica, i ragazzi la vedevano uscire quando l’andavo a prendere con la macchina e di certo rimuginavano:

“Ma cosa fanno quei due?”

Il mistero persiste, tanto non ve lo dico.

 *Hilary non è il vero nome.

Marblehead, 10 febbraio 2016

Fausto Braganti

ftbraganti@verizon.net 

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Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…” che può essere acquistato nelle librerie di copertinaSansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 

 Presentazione del libro M”Arcordo…

 

145 Non M’Arcordo… de l’Alitalia a Newark before the 1967 Revolution.

novembre 30, 2015

 

carta Alitalia pre67

carta Alitalia pre67

Ai primi di luglio del 1990 sono arrivato a Rochelle Park, come manager Alitalia responsabile per il New Jersey, a poco più di mezz’ora da Manhattan e non lontano dallo stabilimento Buitoni. L’ufficio, biglietteria e rappresentanza, erano al piano terra d’un bel palazzo moderno.

Non parlerò di questo ma piuttosto d’un altro ufficio, che non ho mai visto, e di questo foglio di carta da lettere, ritrovato nel magazzino, che era sopravvissuto a due traslochi e alla Revolution ’67.

Analizziamo il foglio. In alto il vecchio logo Alitalia con la “Freccia Alata” disegnato nel dopoguerra per la nuova compagnia aerea rinata dalle ceneri dell’Ala Littoria. 145 Non M’Arcordo… de l’Alitalia a Newark before the 1967 Revolution. bInfatti vedo nel simbolo di questa, le ali d’uccello ed il fascio, il precursore dell’arco della freccia che scocca. Questo logo fu sostituito da quello attuale, anche se questo ha subito delle piccole modifiche grafiche, nel 1970. Quando sono entrato in compagnia nel 1971 ancora c’erano aerei con questa livrea.

Il piccolo aereo che compare in basso a destra è un DC8 43, quattro motori Rolls Royce, rimasto in servizio      fino al 1974, quando fu messo fuori uso, per l’inefficienza di quei motori

Questo che racconto è una ricostruzione nata dalla memoria collettiva che mi fu tramandata da colleghi più anziani di me.

Oggi quando uno parte va all’aeroporto si presenta al banco, passaporto e bagaglio, niente biglietto, basta quello elettronico e via, ma abbiamo aggiunto file kilometriche per passare i servizi i sicurezze. Una volta c’era un servizio addizionale, oggi dimenticato, ma solo nelle grandi città. La prima volta che ho preso un aereo, 1964 Roma-Alghero, ho fatto il mio controllo a Stazione Termini, infatti c’era un banco accettazione Alitalia. Dopo aver consegnato il bagaglio ed espletato altre formalità si saliva, con la carta d’imbarco in mano, sull’autobus che ci aspettava lungo il marciapiede. Giunti a Fiumicino si procedeva direttamente verso l’uscita designata, senza preoccuparsi del bagaglio e nessun controllo di sicurezza. Ho avuto simili esperienze a Londra e a New York. Roba d’altri tempi.

Ci fu un tempo lontano, almeno 23 anni prima che arrivassi io, in cui Alitalia offriva questo servizio, proprio in quell’ufficio, indicato nel foglio di carta, al 14 Park Place, a Newark. Anche li c’era poi un autobus che avrebbe portato i passeggeri fino a JFK Airport. La comunità italiana del New Jersey era ed è ancora molto numerosa e TWA e Pan Am non offrivano questo servizio da Newark, ma solo da New York.

Poi arrivò il luglio del 1967, forse faceva molto caldo, e la città di Newark esplose in una rivolta che durò 5 giorni. Intervenne la guardia nazionale e ci furono 24 morti ed innumerevoli feriti. La città fu messa a ferro e fuoco ed i saccheggi ed gli incendi furono tanti e disastrosi. Il centro commerciale della città fu raso al suolo ed ancora oggi, dopo quasi cinquant’anni, se ne vedono le cicatrici. I giornalisti, considerando la portata dell’evento, cominciarono a chiamarlo Revolution.

Nella primavera del ’68, dopo l’assassinio di Martin Luther King, ci fu una nuova esplosione di rivolte urbane, in vari centri e di gran lunga più gravi, a Newark non c’era rimasto più molto da saccheggiare o da distruggere.

E l’Alitalia? Si trasferì in un’anonima cittadina a circa 10 kilometri ad ovest di Newark ed il servizio accettazione e trasferimento in aeroporto non fu più implementato. Gli italiani del New Jersey, ed erano e son tanti, dovettero montare in macchina ed andare a JFK, di certo la fila al banco fu più lunga.

Ma come fece questa risma di carta intestata pre1967 col vecchio logo e con l’indirizzo 14 Park Place a sopravvivere al saccheggio ed ai traslochi? Mistero. So solo che un giorno la trovai in un armadio in magazzino e fui sorpreso.

14 Park Place oggi

14 Park Place, Newark, oggi

Controllando con Google Earth ho scoperto che al 14 Park Place oggi c’è l’ingresso d’un parcheggio coperto.

 

Marblehead, 30 novembre 2015

 

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015. copertina

 presentazione del libro M’Arcordo… (in tutte le librerie di Sansepolcro, eccetto una)

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144 M’Arcordo… de quando se facivano i ciccioli

novembre 24, 2015

Dopo tutti questi ultimi giorni pieni di tensione penso che sia meglio cambiare argomento, parliamo di cose serie, direi che è l’ora di parlare di ciccioli che, come diceva il mio amico Paolo Massi, “son tanto boni.”

1942 la soddisfazione d'avere un maiale

1942 la soddisfazione d’avere un maiale

Cominciamo dall’inizio, lo so che sembra ovvio ma non mi dispiace ripeterlo, per fare i ciccioli ci vuole il maiale. E nel 1942, quando c’era chi moriva nel deserto della Libia e chi nella steppa russa, avere un maiale dalle parti di Porta Romana a Sansepolcro era un tesoro e la gioia della famiglia, la soddisfazione del nonno che già sapeva come sarebbe andata finire, sono evidenti. Loro commemorarono l’evento con una fotografia. Poi la vera festa di certo avvenne la sera stessa della macellazione, la spaccatura, con la tradizionale cena del maiale.

Non parliamo del coratoio, una specie di  cavatappi, usato per ammazzare l’animale, non andiamo nei dettagli, orribile!

Una frase che ho spesso sentito ripetere, era quella che del maiale si buttano via solo le unghie, il resto è tutto buono, solo che certe parti non durano. Non si deve perder tempo, il problema del dover buttar via qualche cosa non sussiste, si mangia tutto, anche il sangue. Bono il migliaccio! 

Noi il maiale in casa non ce l’avevamo. Diciamo che non era un animale domestico facile da gestire; anche se uno avesse avuto l’orto o un fondo poi c’erano i vicini che si sarebbero di certo lamentato, forse anche per invidia. Il rellino non emanava un buon odore e poi ci sarebbe voluto un po’ di spazio per la stroscia, il maiale ha bisogno di spazio per rotolarsi ed infangarsi. Poi c’era il trogolo per mangiare dove finivano tutti i possibili avanzi, lui è come una macina che ingoia tutto ed anche questo spesso maleodorante, per poi non parlare delle norme igieniche.

Fu allora nel dopoguerra che il sindaco (forse Mario Baragli? Domandateglielo) passò delle norme che proibivano di allevare i maiali entro le mura cittadine.

Per risolvere il problema mio nonno ne comprava uno, per l’esattezza mezzo, già macellato e squartato. Qualcuno ci portava questo mezzo animale a casa ed il tavolo del salotto era pronto a diventare quello d’un anfiteatro anatomico. Infatti arrivava Carlino, mi pare si chiamasse così, che aveva un arsenale di coltelli affilatissimi grandi e piccoli e cominciava la lezione d’anatomia suina, meglio conosciuta come la spaccatura. E tutti al lavoro intorno a lui, si facevano salsicce, sambudelli, un prosciutto, una spalla ecc. A me interessava un prodotto in particolare, ero impaziente, uno di quelli che avremmo mangiato subito, i ciccioli. Certo non avevamo la piccola pressa (che modernità) di mio cugino Tonino Antonelli della Pieve Vecchia che vedete nelle foto. I pezzetti di carne grassa venivano messi in un pentolone, bolliti fin che si otteneva lo strutto che poi finiva nella bicica. Ecco ancora una prova dell’efficienza del maiale: si usava anche la vescica per non parlare della rete dell’intestino per avvolgere i fegatelli. Vi ricordate le palle bianche appese a qualche trave in cucina? Alla fine nel pentolone rimanevano dei pezzettini che raccolti venivano messi in una vecchia federa e strizzati, gli ultimi rimasugli di lardo sarebbero sgocciolati via e così si arrivava al prodotto finale ed io ero felice, mangiare i ciccioli caldi è una delizia.

Lo strutto credo che in Italia sia passato proprio di moda, peccato. Le patatine che si mangiano in Belgio o in Francia sono favolose, a parte l’ottima qualità del prodotto, ancora vengono fritte nello strutto. Ed anche le ciaccie fritte che una volta ho trovato in una riserva indiana sperduta nel sud dell’Arizona erano ottime, semplice, anche queste erano state fritte nello strutto.

Nel febbraio del 2002 portai Pascale al Borgo per la prima volta e lei che era stata in Italia tante volte scopri un’altra Italia, o meglio scoprì il Borgo con tante tradizioni, è stata un’ottima studentessa.

I miei cugini Tonino e Graziella con l’aiuto di Franco e Rosina non solo ci ospitarono ma ci fecero tutte quelle cosine che sapevano che mi mancavano e fu così che non mi fecero trovare i ciccioli già fatti ma piuttosto li fecero davanti a noi, con l’aiuto di Menchino naturalmente. E li mangiammo caldi.

Paolo Massi arrivò poco dopo.

Menchino comincia il suo duro lavoro

Menchino comincia il suo duro lavoro

 

lo strutto comincia a colare attraverso il torchietto

lo strutto comincia a colare attraverso il torchietto

 

Tutti voglione vedere, Pascale con i pantalon rouge circondata dalla nuova famiglia. il cibo unisce

Tutti vogliono vedere, Pascale con i pantalon rouge circondata dalla nuova famiglia. il cibo unisce

 

comincia la premitura

comincia la premitura

 

Menchino che pressa i ciccioli

Menchino che pressa i ciccioli

 

ed ora bisogna toglierli dal torchio

ed ora bisogna toglierli dal torchio

 

finalmente son sortiti

finalmente son sortiti

 

Menchino e la Rosina li separano

Menchino e la Rosina li separano

 

i ciccioli, finalmente, pronti per esser mangiati!

i ciccioli, finalmente, pronti per esser mangiati!

 

Durante un altra mia visita a Sansepolcro (circa 1989-90) fui invitato ad una cena organizzata dallo Slow-Food di Sansepolcro assieme a quello di Città di Castello. Credo che fosse verso novembre ed il tema era: La Cena del Maiale. L’evento avvenne dalle parti di Trestina. Come si poteva immaginare ci fu una grande affluenza di gente dei due stati, armonia ed fratellanza completa. Gli organizzatori, consapevoli che certe tradizioni radicate avevano delle varianti, per evitare ogni possibile incidente diplomatico che sarebbe potuto facilmente degenerare in conflitto aperto, fecero preparare due tipi di migliaccio, uno con lo zucchero ed uno col sale, così ognuno mangiò il suo e tutti furono contenti.

Mi ritrovai con due casteleni (potevano essere anche di Trestina) seduti davanti a me ad uno dei lunghi tavoli. Alla fine arrivarono con delle catinelle colme di ciccioli che misero al centro della tavola, e noi tutti giù a intingere la mani.

Che mangieta!

Fu allora che fui testimone d’una conversazione interessante

“Bóni, ‘sti céccioli!’ Disse quello anziano e quello più giovane

“Enno bóni, ma en pieni de colesterólo.

“Ma che sarà pu’ ‘stu colesterólo? ‘Na ‘olta ‘n c’éra miga, ma chi l’avrà inventèto?”

“Io ‘nn’el sò chi la inventèto, ma sò che énno come ‘l veléno, ‘gni cécciolo che magni è ‘n’ ora de méno de vita!”

“Odìo, me sa tanto alóra che me so già magnéto ‘na mesèta!” (1)

E mica smise di mangiare.

 

E proprio per finire propongo e non è la prima volta, di non usare armi chimiche o batteriologiche contro quelli dell’ISIS, usiamo armi suiniche. Ci sono dei precedenti storici, le pallottole immerse nel sangue di maiale, usate dal generale americano Pershing, ebbero un gran successo deterrente durante una rivolta di mussulmani filippini nel 1899.

Un bombardamento di ciccioli potrebbe avere degli ottimi successi, e i prigionieri coperti di strutto? Le 72 vergini non vogliono niente a che fare con gli immondi.

 

  • Ringrazio Gabrio Spapperi e gli amici dell’Academia della Sembola per la consulenza linguistica castelena.  

 

Marblehead 23 novembre 2015

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104c M’Arcordo… quando non ho incontrato Anthony Clarke, la libreria.

novembre 5, 2015

Ovvero un M’Arcordo… d’appendice (terza parte)

Son passati più di tre anni da quando scrissi e pubblicai la mia storia di Anthony Clarke. Non ero il primo e di certo non sarò l’ultimo. In tanti hanno parlato e scritto su di lui e non ho molto da aggiungere a quello già detto. Ci sono stati anche programmi televisivi con grandi personaggi che hanno pubblicizzato la storia.

Quello che mi aveva incuriosito era la formazione culturale di Clarke, quella che l’aveva portato a prender quella decisione nell’estate del ’44.

Cause ed effetti, una catena senza fine dalle più inaspettate conseguenze.

Ritornare ad una vita civile dopo l’esperienza della guerra non doveva esser facile, ed essere omosessuale nell’Inghilterra era di certo un’aggravante. Il processo di Alan Turing, lo scandalo ed susseguente suicidio (1954) immagino dovettero creare gran preoccupazione in Anthony Clarke.

Non lo so, ma questa potrebbe esser la ragione che lo portarono ad emigrare in Sud Africa, a Cape Town, e lì cominciò la sua avventura di libraio che terminò con la morte nel 1980.

Ma la libreria (199 Long Street, Cape Town) non chiuse, grazie a Henrietta Dax.

 

Luciana è una fiorentina girellona, al suo confronto io sono un sedentario. Siamo stati colleghi all’Alitalia di Boston per tantissimi anni. L’ho incontrata per la prima volta al telefono, lei lavorava nella biglietteria in città ed io ero in aeroporto. Non son sicuro, ma forse questa conversazione avvenne in aeroporto. Sentendola parlare le chiesi:

“Ma tu sei fiorentina?

“Si, e tu di dove sei?”

“Di Sansepolcro.”

“Di Sansepolcro?” con un tono di gran sorpresa “Ma tu sei quello che vola sotto i ponti?”

Ecco l’eco delle avventure del Liscio erano quelle che davano lustro a Sansepolcro.

Questa estate ricevetti una sua e-mail da Cape Town in Sud Africa e mi chiedeva se sapessi la storia di Anthony Clarke, per caso entrando in un libreria aveva visto il manifesto del Cristo Risorgente. Aveva poi appreso tutta la storia del bombardamento interrotto.

Naturalmente le chiesi di scattare delle fotografie.

Eccole, grazie Luciana.

Clarke's Bookstore 199 Long Street Cape Town South Africa

Clarke’s Bookstore
199 Long Street
Cape Town South Africa

La Resurrezione

La Resurrezione

Henrietta Dax, titolare della libreria.

Henrietta Dax, titolare della libreria.

4-Clarke

5-Clarke

 6-Clarke

 7-Clarke

 8-Clarke

  

Questi sono i due articoli  che scrissi a proposito di Clarke. 

https://biturgus.com/2012/03/07/104a-marcordo-quando-non-ho-incontrato-anthony-clarke/

https://biturgus.com/2012/03/18/104b-marcordo-quando-non-ho-incontrato-anthony-clarke/

  

Marblehead, 5 novembre 2015

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 video della presentazione del libro M’Arcordo…

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143 M’Arcordo… la televisione in bianco e nero e l’immagine misteriosa.

ottobre 28, 2015
l'immagine misteriosa

l’immagine misteriosa

La televisione, un oggetto misterioso e fantastico, era una radio dove se vedevano le figure, ma io non l’avevo mai vista, ma il mi’ babbo si, alla Fiera di Milano. Addirittura lui mi raccontava di averne vista una, sempre alla Fiera, poco prima della guerra.

Ma come era possibile? Ma come funzionava?

Poi  alla fine arrivò anche al Borgo. Una domenica sera, penso che fosse il 1953, camminando per la Via Maestra, vidi un gran gruppo di gente che si accalcava davanti alla vetrina del negozio del Livi, allora era davanti a quello del Massi (oggi il Lanzi). Mi avvicinai ma non riuscivo a farmi spazio fra la folla, non riuscivo a vedere cosa c’era di nuovo.

“La televisione!” mi disse uno.

“La televisione? Al Borgo?” mormorai io, la dovevo vedere e alla fine dopo tante zeppe e spintoni riuscii a penetrare quel muro umano di curiosi.

Eccola, la radio con le figure! Che miracolo! Ero felice. Vidi delle barche con le vele bianche che navigavano sul mare, ma forse era un lago.

Comprare la televisione era un gran lusso e ci voleva anche l’antenna, un marchingegno da mettere sul tetto che a quei tempi non era una bruttura ma piuttosto simbolo prestigioso per che abitava in quella casa. Loro avevano la televisione. Si raccontava che ci fossero quelli che mettevano su l’antenna senza avere il televisore.

Ed io ero geloso, noi non ce l’avevamo.

Il mi’ babbo prometteva che quando avremmo cambiato casa, l’avrebbe comprata. Infatti lo fece, ma dovetti aspettare quattro anni.

E nel frattempo? S’andava al caffe, o in casa di amici generosi che ci ospitavano.

Non so da quanto tempo Don Giacomo, un giovane prete romagnolo, fosse arrivato a Sansepolcro, ma m’arcordo che era molto attivo con i giovani e con le iniziative dell’Azione Cattolica cercava di toglierli dalla strada.

“Al Palazzo Graziani c’è la televisione! Don Giacomo l’ha comprata!” qualcuno mi disse, quella si che è una bella notizia. Ed io subito entrai a far parte dell’Azione Cattolica. Penso che fosse verso il 1954.

Io cambiai il detto di Enrico IV che disse “Parigi val bene una messa.” a “Un film alla televisione val bene un’ora di catechismo.” Specialmente se è uno di Stanlio e Ollio.

Allora c’era solo la RAI, un solo canale e poche ore di trasmissione alla sera, ancora non erano arrivati Lascia o Raddoppia, l’Oggetto Misterioso, il Musichiere e la pubblicità di Carosello. Nel pomeriggio, mi pare fosse verso le cinque e mezzo, iniziava “La TV dei Ragazzi” ed io puntualissimo alle cinque e vanti od anche prima mi sedevo in prima fila aspettando impaziente.

Arrivava Don Giacomo ed accendeva la televisione, a noi era proibito toccarla, e nello schermo compariva questa immagine fissa, misteriosa, ma cos’era? Tutti confermavano che serviva ai tecnici per poter valutare e correggerne la qualità. Ed io rimanevo come ipnotizzato per pochi minuti, sempre più impaziente di vedere uno dei vari programmi, differenti ogni giorno della settimana. Uno si chiamava “Mio padre il Signor Preside.” Una seria di filmetti americani con le innocenti avventure di ragazzi e ragazze che sembravano vivere in California, dove c’è sempre il sole, molto lontano dalla realtà di Sansepolcro.

Colonialismo culturale? Direi di sì e non finì lì, infatti dopo non molto Mike Buongiorno arrivò da New York.

Il resto lo sapete.

PS: immagino che quell’immagine nello schermo abbia un nome, lo sapete?

Marblehead 28 ottobre 2015

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio della copertinapresentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro M’Arcordo… 25 aprile 2015

Il mio blog fotografico https://1dailyphoto.wordpress.com/

E questo è il sito dedicato al http://il-dottore-fotografo-alla-grande-guerra.com/

142 M’Arcordo… quando se stampavano i provini a contatto

ottobre 25, 2015
Provino a contatto, Palio della Balestra a Sansepolcro (1962 o '63)

Provino a contatto, Palio della Balestra a Sansepolcro (1962 o ’63)

Prima di stampare una fotografia (nella camera oscura) si facevano i provini ovvero si metteva la pellicola direttamente a contatto sulla carta fotografica che poi si esponeva alla luce per pochi secondi ed infine seguendo il rituale dei vari bagni si ottenevano delle piccole immagini. Con una lente si studiavano se meritavano d’essere ingrandite, stampate. La carta fotografica era cara ed eravamo molto accorti prima d’usarla.

Non ero sicuro che si chiamasse davvero provino a contatto e ne ho chiesto conferma ad un amico. Grazie Marcello.

Questo è un provino del Palio della Balestra a Sansepolcro del settembre 1962 o ’63, e sono delle immagini scattate da Piero Acquisti, che io chiamo Mechina. Ho poi scoperti che di Piero Mechina ce n’erano anche altri. Non ho memoria di come me lo son trovato fra le mie foto, di certo me l’avrà dato Piero.

Piero a quel tempo usava una Hasselblad ed eravamo in tanti ad esserne invidiosi.

La pellicola usata era un 6×6 (6cm. ecco il tipico formato quadrato) che veniva in due tipi di rullino 120 e 220, variava solo la lunghezza del film.

Ed ora con la rivoluzione digitale ve le ristampo più grandi:

Lolo Tricca e i su' citti

Lolo Tricca e i su’ citti

 

Spettatori

Spettatori

 

ma chi sara' il vincitore? Athos Fiordelli, sindaco, controlla

ma chi sara’ il vincitore? Athos Fiordelli, sindaco, controlla

 

Premazione, Tonino Massi

Premazione, Tonino Massi

 

Celebriamo: Ha vinto il Borgo!

Celebriamo: Ha vinto il Borgo!

 

Premiazione, e' il turno di Mario Tricca

Premiazione, e’ il turno di Mario Tricca

 

Marblehead 25 ottobre 2015

Ho recentemente pubblicato il libro “M’Arcordo…Storie Borghesi” che può essere acquistato nelle librerie di Sansepolcro. Questo è un breve filmato dell’inizio dellacopertina presentazione del libro avvenuto nella sala consiliare (quella che io chiamo “sala del biliardo”) del Comune di Sansepolcro, 25 aprile 2015.

Presentazione del libro M’Arcordo…

Il mio blog fotografico https://1dailyphoto.wordpress.com/

E questo è il sito dedicato al http://il-dottore-fotografo-alla-grande-guerra.com/