077 M’arcordo…quando pensavo de fare il farmacista

Come sapete nell’estate del 1961 feci l’esame di maturitá.  

Dopo lunghe discussioni, valutazioni, e tanti dubbi, come ho giá detto andai a Firenze con Franco e mi inscrissi alla facoltá di Farmacia. Ripensandoci non credo che riuscii mai ad immaginarmi con il camice bianco dietro al banco d’una farmacia. 

In ottobre feci un memorabile viaggio fino ad Alberobello con un autotreno del Frullani, ma questa é un’altra storia.  

Alla fine venne il grande giorno, e con Franco partii per Firenze. Quello fu l’inizio del mio distacco dal Borgo. Era un lunedi mattina ai primi di novembre e Livio Galardi, che era giá al terzo anno di Farmacia, ci diede un passaggio. L’autostrada non c’era ancora e si fece il San Donato per poi scendere a Firenze. Lui doveva andare ad una lezione a Careggi e Franco ed io lo seguimmo, anche se non ci interessava proprio per niente. Lui continuava a darci consigli e forse rimandavamo il momento che saremmo rimasti da soli. 

Avevamo preso in affitto una camera a due letti in via Santa Reparata, non lontano dalla mensa e da piazza San Marco. Fra gli annunci economici della Nazione c’era una sezione che listava tutte le camere disponibili, molte non avevano il telefono, quindi bisognava andarci di persona. Negli anni a venire avrei conosciuto molte di queste signore pronte ad accogliere poveri studenti, non ho mai trovato un uomo affittacamere, ed ognuna a suo modo direi ch’era un po’ strana. Forse dovrei dedicar loro un M’Arcordo…  

La sig.na Boninsegni fu la prima ed aveva molto insistito sin dal primo incontro sul fatto che era, nella maniera più assoluta, proibito portare ragazze in camera. La vecchia zitella sopravvalutava le nostre capacitá di seduttori. Non c’era rischio, noi le ragazze in camera non le avremmo portate per un’altra ragione, noi eravamo timidi ed imbranati. Spesso, quando la incontravamo lungo il corridoio, ripeteva con una voce irritante: 

“Non dimenticate, niente ragazze, questa é una casa per bene!”  

Quei primi giorni furono duri, ci dovemo adattare a tutto un nuovo tipo di vita. Ero stato a Firenze molte volte, col babbo e con la scuola. Una volta, l’estate dell’anno prima, c’ero stato tre giorni. Quella era stata la prima volta ch’ero andato in un albergo da solo, mi sentivo grande ed uomo di mondo. Ripensandoci Firenze era una cittá molto diversa da quella d’oggi. Alla stazione oltra a taxi  c’erano anche i fiacre neri tutti allineati e non eran lá per i turisti, che volevan andar all’albergo in carrozza. Ma giá allora c’era chi diceva che non era più quella d’una volta. Il Dott. Pippo Galardi si lamentava ch’avevano chiuso il Bottegone, una vera istituzione,  all’angolo di Via Martelli col Duomo per farci il nuovo Motta. Non oso pensare cosa direbbe oggi se vedese la paninoteca che ho visto l’ultima volta che ci son passato davanti. 

Al prim’anno di farmacia dovevamo frequentare 5 corsi: gli istituti di botanica e di chimica erano abbastanza vicini non lontani da Piazza San Marco, anatomia a Careggi, fisica ad Arcetri e quello di zoologia era attaccato alla Specola acconto a palazzo Pitti. Per chi conosce Firenze é facile capire che passavamo la giornata camminando e  in autobus per andare da un posto all’altro. Mi domando chi era stato quel genio che aveva programmato per la stessa giornata una lezione a Careggi ed un’altra ad Arcetri. In ogni modo ci si muoveva in gruppo e ci facevamo compagnia e si rideva, almeno all’inizio, il giorno degli esami sembravano così lontano che non sarebbe mai venuto.  

Andammo alla prima lezione: botanica, e scoprimmo che molti dei nostri compagni di corso infatti erano compagne. C’erano molte ragazze, e furono sin dall’inizio gentile ed amichevoli. Facemmo subito comunella con un gruppo di queste e con il tempo la nostra amicizia si consolidó. Quel primo anno sembrava che facessimo tutto assieme. Di certo alcuni fecero anche di più, ricordo almeno tre fidanzamenti.

 Scopri che botanica delle piante medicinali mi piaceva, anche perché potevo usare un vero microscopio, credevo d’esser un vero ricercatore. Driopteris filix-max é una felce maschio ed ancora me n’arcordo ’l nome, invece mi son scordato di tutte le altre, una novantina di piante ch’avevo imparato a riconoscere ed a classificare. 

All’universitá si imparano tante cose. Alla fine della mia prima lezione di zoologia ebbi un bisogno urgente d’andare al gabinetto. Quando lo trovai scoprii che sulle due porte adiacenti c’erano due segni differenti e conosciuti: ♂. Sapevo il loro significato ma non ricordavo quale fosse quello maschile e quale quello femminile. Seguendo il metodo sperimantale avevo il 50% di probabilitá di inzeccare quello giusto. Quando sentii gli urli delle tagazze che mi videro entrare capii che avevo scelto il 50% di quello sbagliato.  

Da quel giorno non mi son confuso con quei simboli, anche perché poi sono entrato nell’uso comune.     

Fausto apprendista farmacista

 L’istituto di chimica era quasi all’inizio di via Capponi, c’era una vecchia e bell’aula ad anfitetro con le pareti ricoperte da pannelli di legno massiccio. Imponente. In delle stanze, vicino al laboratorio, c’erano scaffali pieni di vasi, vasetti, bottiglie, alambicchi di tutte le misure, sembrava che un alchimista venisse a far esperimenti per trovare la pietra filosofale. Il conte e la contessa Cavazza (Bianca Collacchioni) credo abitassero proprio davanti, nel palazzo Capponi, e per questo mi capitó di vederli. Loro non mi conoscevano, anche se conoscevano il babbo, che li aveva aiutato a preparare le carte per la domanda dei danni di guerra. Invece l’autista, spesso li vedevo che andavano e venivano in macchina, mi conosceva e mi sorrideva o mi faceva un cenno con la mano. 

Zoologia era in vecchio palazzo, dall’androne enorme e credo facesse parte del museo della Specola. I nostri studi erano concentrati su dei terribili parassiti, di quelli che portano malanni orribili seguiti da agonie lunghe ed atroci. Per fortuna nostra buona parte di questi preferisce stare in Africa, ma questo non va bene per i poveri africani. Una volta, m’arcordo che avevano lasciato aperta una porta che si apriva su un corridoio scuro che portava al museo. Curioso sono entrato, c’erano almeno una decina di portaombrelli tutti eguali. Ma come sono previdenti! Ma poi osservandoli meglio si vedeva che avevano una strana forma, erano delle gambe d’elefante, tagliate dal ginocchio al piede, in qualche modo imbalzamate, e poi era stato inserito un cilindro di zingo, ed ecco fatto un portaombrelli-trofeo con tanto d’unghioni.  

Andare alla lezione d’anatomia era un’avventura. L’autobus ci lasciava all’ingresso principale dell’ospedale di Careggi, e da li ci voleva almeno un altro quarto d’ora a piedi per raggiungere l’aula. Noi studenti di farmacia si studiava la teoria, per fortuna, noi non manipolavamo cadaveri. Solo qualche volta un assistente del professore portava dei gran vasi con degli organi o delle parti del corpo umano conservate in formaldeide. Non mi piaceva. 

Poi si doveva andare ad Arcetri. Il fatto che fosse lo stesso posto dove Galileo aveva insegnato non era di gran consolazione a quest’altro viaggio senza fine. Anche questa volta si doveva far un gran pezzo a piedi, dopo la fermata dell’autobus. Inoltre le lezione di fisica erano nel pomeriggio ed eravam giá stanchi prima di cominciare. La tensiene superficiale dei liquidi non mi interessava proprio per niente, non mi piaceva.  

Non eravamo contenti della nostra sistemazione, la sig.na Boninsegni dava i numeri. Una volta, nel mezzo della notte, entró d’improvviso in camera. Aveva uno scaldino acceso, dove aveva gettato dell’incenzo che in pochi minuti ci affumicó, mentre lei diceva delle litanie e degli scongiuri contro il maligno. Eravamo forse noi gli indemoniati che attiravamo spiriti malefici? Quella fu l’ultima goccia e decidemmo che dopo le vacanze di Natale avremmo cercato un altro posto.  

E così fu. 

A gennaio trovammo una sistemazione in Borgo Pinti. La sig.ra Brusa ci offri una gran camera, aveva il caminetto, il lavandino e dalle due (o forse erano tre) finestre si vedeva la cupola della sinagoga. Il solo problema: era al quarto piano, ma in compenso c’era il telefono ed il babbo mi telefonava ogni mercoledi mattina alle 8:00, anche se poi non avevamo molto da dirci. La sig.ra Brusa non disse nulla a proposito delle ragazze in camera, forse pensava ch’eravamo innoqui?

 Quel primo anno tornai al Borgo quasi ogni sabato, assieme alla biancheria sporca che prontamente la mamma metteva in lavatrice. Tornavo a Firenze il lunedi mattina con Franco e la biancheria pulita, in tempo per andare alla lezione d’anatomia.  

Franco ed io eravamo come due fratelli siamesi, inseparabili. Si andava alle lezioni assieme, si mangiava assieme, si studiava assieme o si andava a casa di qualche amico o amica. Le mamme delle ragazze fiorentine eran sempre premurose nel preparci colazioni o merendine. C’erano anche quelli che venivano a Firenze per la giornata, per poi tornare a casa la sera, come per esempio quelli che abitavano a Prato. Avrei impiegato anni per capire che noi  eravamo i privilegiati, noi eravamo liberi ed indipendenti.

 Alla facoltá di Farmacia, a differanza di altre, gli scherzi ed abusi perpetrati nei confronti delle matricole non era un gran problema e tutto il rituale del papiro si ridusse a ben poco. Dovetti offrire una stecca di sigarette ad un vecchine fuoricorso e nessuno ci ruppe le scatole.

 All’ora di pranzo s’andava spesso in gruppo ad una trattoria, mi sembra si chiamasse Buca dei Medici, in via Cavour e con circa 300 lire si pranzava, e non era male. Piano, piano nelle nostre lunghe peregrinazioni scoprimmo altri posti. Ancora all’Arco di San Piero c’era uno che faceva i roventini, delle specie di piccoli sanguinacci, cotti in delle padelline untuose dai manici lunghissimi. Quel luogo storico fu portato via dall’alluvione del ’66. Sempre da quelle parti c’era Uccellone, un simpaticissimo oste che serviva al massimo 12 persone, aveve solo tre tavoli alla base d’una vecchia torre. Quando il tempo era buono s’allargava nella strada. Mi piacavano le sue scaloppine. 

C’era la mensa di via San Gallo, a Sant’Apollonia. Anche qui si mangiava con circa 300 lire, un quartino di vino mi sembra fosse circa 50 lire ed ancora c’erano i camerieri con le giacche bianche. 

Proprio ai primi di gennaio successe un evento, che al momento non sembrava avesse grand’importanza, ma col tempo sarebbe stato indicativo nel dimostrare che essermi iscritto a Farmacia non era stata una buon’idea. Io avevo altri interessi. 

Decisi d’andare ad una manifestazione politica, e quando lo annuncia ai miei compagni tutti sembrarono sorpresi e nenche Franco mi segui. La guerra per l’indipendenza in Algeria continuava da anni. I coloni francesi non se ne volevano andare e  la situazione in Francia si faceva sempre più tesa e difficile, bombe ed attentati erano all’ordine del giorno. Cerano giorni che sembrava che de Gaulle non ce la faccesse a trovare una soluzione. Anche in Italia la radio, giornali e riviste son sempre piene di notizie in proposito.

In questo contesto era stata annunciata la visita a Firenze di due rappresentati algerini del Fronte di Liberazione dell’Algeria e ci sarabbe stata un gran dimostrazione di supporto alla loro causa e di certo tanti discorsi. Poche ore prima dell’ora convenuta i permessi alla dimostrazione furono revocati dall’autoritá e fu categoricamente proibita ai due algerini di fare alcun discorso. Non so come appresi che ci sarebbe stata un’adunata a Palazzo di Parte Guelfa e fu allora che per la prima volta mi unii ad altri per una dimostrazione. Gli algerini non parlarono, ma le loro bocche serrate gridarono con le voci degli altri.  

Dopo pochi mesi, dopo un referendum in Francia, l’Algeria raggiunse l’indipendenza. 

Franco ed io fummo invitati a varie feste da ballo, a tornei di scopone, a concerti e a cene a base di bistecca, insomma eravamo entrati nel giro dei fiorentini.  Cosa abbastanza rare per gli studenti come noi che venivano da fuori e che stavano in camere d’affitto. Andammo persino ad un veglione a Castellina. Durante una gran festa di carnevale, diciamo che non mi comportai bene. Mi misi a pomiciare con una ragazza appena conosciuta alla festa, non era neanche una studentessa, insomma un’estranea al nostro giro. Le mie amice di facoltá la battezzarono la Fiocco-arapona per il gran fiocco che aveva sulla testa e per il vestito superstretto che sembrava sul punto d’esplodere. Per vendicarsi organizzarono anche un pesce d’aprile ai miei danni che per miracolo evitai all’ultimo momento.  

Ripensandoci penso che alcune di quelle ragazze avevano messo gli occhi su di noi e non per una piccola avventura. Io non avevo seguito le regole del gioco.  

L’atro svago era andare al cinema, ma non mi potevo permettere film in prima visione, che potevano costare anche mille lire, ci potevo fare tre pasti. Con Franco avevamo scoperto tutte le sale economiche ed i cinema parrocchiali. Prosprio davanti a Chimica ce n’era uno, il Cinama Lux (mi sembra). L’altra scoperta fu il cinema-varietá di piazza Dalmazia, lungo la strada per andare a Careggi. Mi sembra che con 300 lire, il martedi pomeriggio, ci offrivano un film ed uno spettacolo di varietá con ballerine mezze nude e un po’ tardone. 

Con la primavera venne la festa delle matricole, ma di questa ne parleró a parte, assieme ad altre.     

Santuario di Monte Senario, gita dei botanici

A maggio ci fu la gita degli apprendisti botanici guidati dall’esperta, la professoressa Contini, andammo al Santuario di Monte Senario nel Mugello. Andammo nel bosco ma non m’arcordo cosa trovammo.  

Mi piaceva V. Era una siciliana che veniva da Casblanca, ma tutti dicevano ch’era giá fidanzata. Io ero bravo ad amare in silenzio, da lontano. Prima di Pasqua mi chiese d’aiutarla, doveva comprare delle scarpe per la madre e le sorelle, prima di ritornare a casa. Andammo in un negozio elegante del centro e ne prese tante. Prima d’entrare m’aveva dato i soldi, e questo non m’arcordo il perché, voleva che pagassi io. E fu così che “spesi” circa 150.000 lire. Le scatole delle scatole erano tante, e pensare che con quei soldi ci avrei potuto vivere da gran signore per tre mesi, includendo anche dei film di prima visione.  

Poi c’era MT. Era bella, elegante e raffinata, di buona famiglia. Capelli nerissimi, e sempre vestita di nero, era in lutto. Il padre era morto l’anno prima. Era donna del sud, ed il nero le stava bene e di certo lei lo sapeva. Anche di lei si diceva che fosse fidanzata. Mi piaceva, mi piaceva molto, anche se in maniera amichevole mi sembrava che lei dimostrasse un certo affetto per un altro. Un pomeriggio, a casa d’un’amica dov’eravamo andati a studiare perché gli esami erano vicinissimi, fui colpito da un improvviso attacco di testosteronite. Credendo che fosse il momento giusto cercai di baciarla. M’ero sbagliato. Fu carina e accomodante, ma il suo no era definitivo. Ed io mi davo del coglione, anche se lei avesse voluto quello non era ne’ il luogo, ne’ il momento giusto.  

Vennero gli esami: 27 a botanica e 30 a zoologia. E per un momento ebbi l’illusione d’esse un bravo studente, intanto avevo rimandato gli esami difficili.  

Era l’ora d’andare al mare, non lo sapevo, ma sarebbe stata l’ultima volta. 

13 giugno 2010, Marblehead, MA USA     

 Fausto Braganti 

 ftbraganti@verizon.net   

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