017 M’Arcordo……quando se faciva l’amore

            Tanto per cominciare dobbiamo parlare di semantica.

“Ma che parolone!” qualcuno dirà: “Fausto ‘n fare ‘l puzzo, e parla e scrivi come t’hanno ‘sento!”

            Cosa vuol dire, o almeno cosa voleva dire, l’espressione “far l’amore”? In fondo la risposta è molto semplice. Almeno ai tempi in cui io era ancora al Borgo, aveva un significato preciso, che descriveva il semplice rapporto sentimentale fra un citto e ‘na citta, e non necessariamente connotava un contatto fisico, anzi! Di contatti fisici ce n’eran ben pochi, almeno per quanto mi riguarda. Fare l’amore con qualcuno indicava che si era in simpatia, che ci si piaceva, si era vicini ad una promessa, ancora il fatidico “ti amo” non era stato detto e forse ci si limitava a tenersi per mano al cinema, ma anche le dita infrenate ti potevano dare i brividi. Se ci scappava un bacio era un successo enorme. Poi il tutto poteva sbocciare in un fidanzamento.  

            Scriverò far l’amore in corsivo quando mi riferisco a questo significato delle nostre parti.

            La famosa frase: “Vieni a casa mia, voglio che tu conosca i miei” non valeva molto al Borgo, in fondo ci se conosceva quasi tutti ed era improbabile che le famiglie non sapessero chi erano ragazzi coinvolti e se erano contrari cominciavano ad agitarsi subito, sperando d’aver successo. Se i citti ci tenevano a stare assieme avrebbero combattuto contro le famiglie.

            Mia moglie Nancy, un’americana che parlava benissimo l’italiano e poteva anche capire un po’ di borghese, era molto confusa dal nostro modo di dire. Lei prendeva l’espressione alla lettera, come credo si faccia in tutte le lingue. Era sempre sorpresa quando lo sentiva dire, non poteva credere che la gente andasse in giro pubblicizzando i propri rapporti sessuali, poi ci ripensava ed il tutto veniva ridimenzionato e si tranquillizava.

            Una sera mia madre, durante una delle sue visite quì negli USA, ci raccontava di Beppe, il suo grande e perduto amore. Mia madre vedova, dopo tanti anni dalla morte di mio padre, non aveva remore a raccontarci di Beppe, quello che l’aveva lasciata nel ‘37 per andare in Abissinia. Beppe era stato una carogna a lasciarla così e lei, dopo pochi mesi se mise, a far l’amore (almeno credo) col mi’ babbo. Anche lui sortiva da una relazione finita male. Si sposarono alla Madonna delle Grazie, dopo solo tre mesi alle 6:00 d’un lunedi mattina di fine ottobre. Era buio ed era il 1937. Don Beppe aveva fatto di tutto per convincerli senza successo a scegliere un’ora più decente. Immaginate le chiacchere al Borgo. Ma questa e un’altra storia, tengo a precisare che son nato dopo quattro anni. Nel suo raccontare usava spesso l’espressione “far l’amore”; Nancy a certo punto le chiese:

“Mamma, ma quando facevi l’amore con Beppe, facevi anche all’amore?”

Prima di tutto rimasi scioccato dalla domanda cosi diretta, non ci potevo credere.

Mia madre capì subito la diferenza, anche perchè nel formulare la domanda Nancy aveva molto enfatizzato la seconda parte della stessa. Non voleva lasciar dubbi su quello che voleva sapere. E mia madre imperturbata:

“Si, certo, se faceva anche all’amore!”

Mia moglie mi ricordava di non avermi mai visto diventar così rosso.

            E’ giá difficile immaginare i propri genitori che fanno all’amore, immaginate quando la mamma fa una simile confessione con voce ferma e sicura. Era come se volesse dire che lei lo amava seriamente e non c’era niente di male e tanto meno da nascondere. Era stato lui il vigliacco traditore. Ma anche questa è un’altra storia da aggiungere a quella del mi babbo.

            Quando andavo ad imparare a leggere e scrivere dalla Beppa avevo 5 anni,  e con me c’era una bambina dal grembiulino bianco, che mi piaceva tanto. Un giorno siamo usciti assieme e comminanado per via degli Aggiunti l’ho presa per mano e l’ho accompagnata a casa. Mi sentivo contentissimo: facevo l’amore con l’Alba.

            Lo so, nei miei “M’Arcordo…” compaiono spesso gli stessi personaggi, ma penso che sia inevitabile, in fondo i miei contatti erano limitati ai familiari ed a poc’altra gente, parenti e amici.  Detto questo, vi racconto ancora del nonno Barbino.

            Il nonno era rimasto vedovo nel 1942 e in giro c’erano sempre stati pettegolezzi sul suo comportamento: il nonno Barbino era birbo. Infatti questa fu proprio la parola usata da Bruno, mi sembra si chiamasse così il giardienere della Villa Fatti prima che fosse ribattezzata Buitoni, per descriverlo alla mia futura moglie Nancy.  Per fortuna, essendo americana, non ne capì il vero significato. Era la prima volta che lei veniva al Borgo e quando gliela presentai, durante un pranzo di matrimonio, Bruno cominciò far gli elogi della famiglia Braganti, gente brava, onesta, gran lavoratori e così via, sembrava che gli avessi dato 1.000 lire per recitare la parte. Alla fine, nella sua franca presentazione, concluse dicendo che però sperava che non io avessi preso dal nonno, che era stato tanto “birbo”. Disse questo con un sorriso che in fondo mal celava un senso di ammirazione per le sue numerose scappatelle. Mi senti imbarazzato, e riuscii a salvare la situazione traducendo la parola birbo come un simpaticone, uno a cui piace raccontar barzellette e che fa ridere la gente.

            Quando avevo forse 4-5 anni ed c’era un gruppo di persone spesso mi veniva domandato:

“Ma con chi fa l’amore ‘l nonno Barbino?”  non credo che per me l’espressione avesse altri significati, ecco perche l’ho scritto in corsivo, ed io subito rispondevo.

“’l nonno fa l’amore con la Bionda”

Non ho idea chi fosse la Bionda, e non so chi mi avesse insegnato la parte, ma so che tutti scoppiavano in una gran risata. Ed io mi sentivo tutto fiero.

            Ma la storia della Bionda non finisce qui. A quel tempo s’abitava in Via della Firenzuola, vicino al comune. Il nonno aveva un magazzino di granaglie non lontano nella stessa strada, nella parte posteriore di quella che allora era la caserma dei carabinieri, di fronte a quello che veniva chiamato il palazzo del Perugini. C’erano due portoni in un angolo. Quello a sinistra dava accesso al magazzino, e c’erano degli scalini. Il nonno teneva la chiave, che mi sembrava gigantesca, sopra la mensola del caminetto del salotto. In estate dopo aver pranzato, il nonno prendeva la chiave e diceve d’andare nell’ufficio del magazzino, aggiungeva che li era molto più fresco, ideale per fare un pisolino in un vecchio divano sgangherato. Una delle amiche di mia madre, probailmete la Tina Gabrielli, che abitava proprio di fronte, aveva notato delle strane attivitá: spesso c’era una donna che velocemente sgattaiolava nel magazzino, il nonno lasciava la porta aperta. Tutti eran certi che fosse la famosa Bionda. Fu così che mia madre pianificó la beffa.

            Un pomeriggio, dopo che il nonno aveva annunziato le sue intenzioni d’andare a fare un riposino in ufficio, mia madre si mise alla finestra del salotto: da li poteva vedere la porta del magazzino. Non dovette aspettar molto, e vide una donna velocemente aprire e chiudere la porta dietro di sé. Il piano di mia madre era semplice: usci di casa e chiamó le amiche del vicinato e queste fecero capannello di fronte alla porta. Alcune portarono le sedie ed altre si sedettero sugli scalini. Ci furono quelle che vennero col tombolo della trina, altre con le calze da rammendare e mia madre con una gran tovaglia da ricamare. Questo ricamo é andato avanti per anni, mi domando cos’é successo a quella tovaglia, scusate, ma questo non c’entra proprio niente colla storia. Le donne si misero al lavoro e a chiacchierare, sembrava proprio che non avessero voglia d’andarsene. Non so se il mio nonno capì che questo era un complotto, ma so che ogni tanto con una scusa o un altra compariva sulla porta per controllare la situazione. Ad un certo punto usci serrando la porta dietro di se e si allontanò, sperando così di scoraggiare le assedianti. Ma non ebbe successo, quando dopo una mezz’oretta ritornó erano ancora tutte là, tranquille ed operose. Fu allora che il nonno disse a mia madre:

“Lisa, ma non devi preparare la cena?”

e lei subito:

“No, no! La cena é pronta.”

E il nonno rientró nel magazzino.

Credo che l’assedio duró fin verso le sette e mezzo, poi ognuna dovette tornare a casa, c’era d’avvero da far la cena. Penso che si sentirono un po’ sconfitte, non erano riuscite a veder il volto della donna. Poi commentarono:

 “Me sa che ‘l su’ marito quella sera ‘n’ha cenato!”

Poi crescendo ho capito che il nonno Barbino era da tanto che non faceva l’amore in corsivo.

            Poi sono andato all’elementari dove c’erano tante bambine col gebriulino bianco ed io mi innamoravo continuamente e sognavo de fa l’amore con tante; la situazione alle medie non migliorò: io amavo in silenzio, da lontano. Ero bravissimo a sognare, ad immaginare. Il grande cambiamento fu quando cominciammo a passeggiare su e giù per la Via Maestra, li ci si poteva osservare a vicenda, sorridere, fermarci con qualche scusa banale, fare qualche chiacchieratina e poi si continuava e s’era contenti.

            Il grande balzo fu il primo bacio, ma forse non conta, perché io non feci nulla, fece tutto lei. Avevo 15 anni ed ero già contagiato dalla malattia del collezionista: francobolli, monete, figurine varie, cartoline ecc.. C’era una ragazzina, più o meno della mia etá, nostra vicina ed un giorno scopri che anche lei collezionava cartoline. La invitai a venir a vedere la mia collezione, e credetemi volevo solo mostrarle le mia collezione. Il nostro appartamento era grande ed il salotto era lontano dalla cucina dov’era mia madre. Avevo una scatola dalle scarpe piena di cartoline, ed io le tiravo fuori, stendendole sulla tavola, e con orgoglio le mostravo quelle che pensavo fossere le più rare. Ne avevo anche una di Nuova Delhi. Lei era seduta vicino a me, ricordo alla mia destra, non che questo sia di nessuna importanza a parte il fatto che era vicina, molto vicina e questo conta, perchè proprio lei all’improvviso mi abracciò, con la sua sinistra mi tirò a se e mi baciò con passione e… e sentii che le sue labbra si aprivano…. Io credevo di saper tanto, solo perchè avevo letto di nascosto alcuni libri erotici di mio padre, che avevo trovato nascosti nel fondo d’un cassetto, ma non sapevo ancora cosa succedeva quando due si baciano sul serio, ma lei lo sapeva. Fui un bravo studente ed imparai subito, e forse solo per migliorare ci furono vari incontri successivi.

Per oggi la storia finisce quì, anche se non è ancora finita. Per ora rimaniamo a far l’amore.

 

22 settembre 2008, Marblehead, MA USA      

I vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

ftbraganti@verizon.net

 

 

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